Informazioni personali

La mia foto
Spezzano, Modena, Italy
Inguaribilmente energetica, e contagiosa.

11 gennaio, 2010

IT'S ONLY ME WHO WANTS TO WRAP AROUND YOUR DREAMS



"Molto bene. Adesso conti da 10 fino a 1, a ritroso"

10...
Il numero sulla mia maglia.

9...
Il record irripetibile delle pinte di Guinness bevute nella stessa sera. Festa della Libertà, a Zocca, 2005.

8...
Gli occhiali, o le lenti a contatto. Quante volte le ho perse nel fango, dopo un colpo! Anche a un lembo di terra dalla meta, per l'ennesimo urto: urlo forte all'allenatore, per avere la borsa medica e una lente in più da indossare al volo. Non c'è tempo. L'arbitro fischia la ripresa del gioco. Ovale tra le mani. Abbatto tutto quello che mi si para davanti, che sia del mio stesso colore di maglia o no. Meta.
E l'allenatore che dalla panchina mi urla di rimando: "Laraaaa, perdi anche quell'altra, allora!".

7...
L'angolo di inclinazione che riesce a raggiungere il ginocchio adesso, con massimo sforzo.
Dopo l'operazione riuscirò ancora a piegarlo del tutto, a rannicchiarmi a terra per raccogliere un oggetto, per aprire un cassetto, per allacciarmi una scarpa. Ora no.

6...
I mesi che dovrò stare senza giocare.

5...
Maggio. Quando mi sono fatta male. Ancora quello scrocco sinistro che ogni tanto mi si ripropone in testa, che mi fa stringere i denti e accapponare la pelle.

4...
L'ora a cui mi telefonano le persone quando hanno veramente bisogno. O pensano di avere veramente bisogno. Quale che ne sia la causa, la sensazione è opposta rispetto ad ora: riemergo dal sonno, con un disturbo sonoro in lontananza. Prima credo sia la sveglia, poi sovrappongo in testa l'idea che sia il telefono, poi farfuglio a bassa voce, e dall'altro capo del filo arriva un pianto disperato: sarà una lunga notte...

3...
Terzo tempo. La soddisfazione di mangiare dopo aver dato il massimo, e divertirsi dopo essersi divertite.

2...
Le convocazioni in nazionale. Una di karate, e una di rugby. Già sotto al karategi portavo la ginocchiera per rinforzare il sostegno del ginocchio destro. Una convivenza con un malanno che arriva da lontano.

1...
L'unica volta che sono andata sotto ai ferri prima di adesso. Appendicite, nell'estate dopo la quinta elementare. Anche allora la rabbia, per essere confinata in un letto. Lo stupore di questo letargo innaturale. La sensazione di galleggiare nell'irrealtà.

Chiudo gli occhi.
Buona notte.
Ci si rivede al risveglio.

17 dicembre, 2009

NON E' UNO STINCO DI SANTO

Il mio macellaio si chiama Geronzio.
(e già il post potrebbe finire qui, ma andiamo avanti)
A Spezzano, per la verità, i miei macellai sono due, ma l'altro è solo un macellaio equino, e lo vedo più come una necessità. Quando i valori di ferro nel sangue scendono sotto i livelli di guardia.
Quindi non ci vado con la stessa spensieratezza gaudente che ho quando varco la soglia di quell'altro paradiso del colesterolo!
Sì, perché la bottega di Geronzio non è di quelle bianche e metalliche, con l'odore di sangue nell'aria, e qualcosa di truce nei coltellacci.
La bottega di Geronzio è uno dei tre posti più belli del mondo.
E gli altri due sono casa mia ed il campo di rugby...
La bottega di Geronzio ha gli scaffali che tracimano di olio al tartufo, ragù di cervo e cinghiale, grissini avvolti nel lardo, caciotte e trecce di rafia con agli e peperoncini.
Entro e saluto la mamma di Geronzio, seduta composta alla cassa, col suo grembiule da rezdora, immacolato, e la messa in piega candida fatta di sbuffi di paradiso. Pigia i tasti del registratore con l'indice e basta, dopo che ha fatto i conti a mano. Ripone i cartocci odorosi lei personalmente nelle sportine, dispensando benedizioni e consigli per la cottura dei cibi.
Geronzio vola con le mani sui filetti e sulle cordate di salsiccia, e usa i coltelli come neppure i maestri giapponesi sanno fare! Mi chiama Laura da una vita. Non è che non glielo abbia fatto notare più di una volta: è che non concepisce il mio nome. Così lo lascio fare, rassegnata.
Stasera si fa perdonare una breve attesa (sta scegliendo le fiorentine con l'osso da dare al cliente mio predecessore, e immagino sia una cosa molto impegnativa) tagliandomi una sberla di formaggio pecorino spessa due dita, come tappa-fame.. Tanto formaggio così penso che corrisponda ad una mia dose di una settimana, ma sto zitta e mangio. E' saporito, ma non invadente, e lui indovina approvando: "No, no, io quelli troppo piccanti non li tengo neanche!..".
Tocca a me: stasera voglio fare lo stinco di maiale al forno. Si infervora tutto: "Brava, brava, Laura, mica come quella roba precotta.. Questi qui sono tagliati proprio vicino al prosciutto! Va' che roba...". E mi allunga uno stinco, come anteprima. Mi chiede: "Te li taglio per il lungo o in orizzontale?".
E la mamma di Geronzio tuona dalla cassa: "Per l'amor di dio! Quelli lì vanno tagliati per il lungo!". E non ci provo neanche, a contraddire la mamma, anzi.. Mi studia ancora: "E come li fai?". Con le patate, aglio e rosmarino, allungando la cottura con un mezzo bicchiere di vino bianco. Si tranquillizza, che gli stinchi finiscono in buone mani.
Li faccio spolverare dalla cunza di Geronzio, il suo preparato speciale con sale, rosmarino, aglio e ingredienti segreti di cui non azzardo neanche a domandare notizia. Faccio mettere nella sportina anche due etti di quel pecorino meraviglioso (anche se credo di averne mangiati molti di più con l'assaggio di prima...), e saluto mamma e macellaio, riprendendo la strada per la montagna ormai innevata.

27 novembre, 2009

MORSO DI DENTRO E INFUOCATO DI FUORI DALLA STRETTA FISSA ED INESORABILE DI UN'IDEA INCURABILE



"Morso di dentro e infuocato di fuori dalla stretta fissa ed inesorabile di un'idea incurabile".

Qualcuno si toglie il pensiero, e decide che il Capitano è quello con più presenze in una squadra.
Per altri, è il risultato di una scelta consapevole della squadra. O dell'allenatore. O della società.
Per me, è sempre stato così.

Capitana da quando sono giocatrice. Non è una fascia. Non è la "C" a fianco del tuo nome nella lista dell'arbitro. E' lo sguardo addosso di chi chiede aiuto. E' la mancanza di tempo utile per prendere una decisione. E' istinto. E' volontà. E' una sensazione che va oltre il gioco.

E poi c'è il silenzio.
Il silenzio carico dei luoghi dove si fa sport.
Che quando lo sport c'è, c'è anche il battito della competizione, la velocità, lo strepito della rabbia, l'esplosione della gioia e della delusione.
Quando non c'è nessuno, invece, si sente il silenzio dello sport.
I pali verso il cielo, che infilzano la nebbia.
L'erba gelata che crocchia sotto i tacchetti.
L'eco di battaglie già disputate.
Le docce vuote e le panchine sgombre.
Solo quando non c'è nessuno, smetto di essere Capitana.
E' per quello che lascio sempre andare via tutte, alla fine dell'allenamento.
E' per quello che amo il tonfo sordo prima della parabola dell'ovale tra i pali.
E' per quello che aspetto, sotto il getto dell'acqua, ben oltre il tempo che mi sarebbe necessario per togliere il fango dalla pelle.
Pesa come un macigno, quella fascia, alcune volte.
E il silenzio dello sport, stavolta non consola.