Informazioni personali

La mia foto
Spezzano, Modena, Italy
Inguaribilmente energetica, e contagiosa.

30 dicembre, 2008

PUREA


L'ho infine preso. Lo schiacciapatate.
All'inizio, per la cucina, mi sono procurata le cose fondamentali.
Poi, col passare del tempo, e diversi passaggi di carrello al supermercato, sono arrivata a collezionare anche gli strumenti secondari. Anche perché l'ultima purea tentata, per la Principessa e il mio Principe, era pericolosamente grumosa: colpa della tecnica primitiva e grossolana dello "schiaccia-con-la forchetta" (ma anche colpa della cuoca).
Il grumo è il nemico numero uno: significa un ingrediente non amalgamato a dovere. Significa poca pazienza, e poca dedizione. Ma ora ho uno schiacciapatate.
Con le patate uso l'accorgimento dello... shock termico. Prima di lessarle, si pratica un'incisione superficiale sulla buccia, in orizzontale, come un equatore della patata. Mezzora di ebollizione, con una manciata di sale nell'acqua. E subito dopo una doccia svedese di acqua gelata. Con una certa soddisfazione, potrete prendere le patate per le estremità, e sfilare la buccia, come se fosse un cappuccio di lana tolto dalla testa. Questo espediente, risparmia un tediosissimo lavorio di pelatura, tenendo conto del fatto che le patate hanno la spiacevole abitudine di infilarsi caparbiamente sotto le unghie. Con gran dispendio di tempo ed imprecazioni brutte.
Ed è qui che entra in azione il mio schiacciapatate. A parte ho già scaldato un pentolino con il latte, e le patate passano direttamente dallo schiacciapatate al latte. Nocette di burro, un po' di parmigiano (e se si usa il parmigiano, occhio col sale..) e un pizzico di pepe, una grattugiata di noce moscata.
Non bisogna frullare le patate per il purè!
Si rischia di ottenere una malta compatta di amidi, che si attaccherà alle pareti del palato e dello stomaco, ed impedirà di mangiare qualsiasi altra cosa per un sacco di tempo.
Due o tre minuti a fuoco lento, poi mangiare subito, appena la temperatura si sarà abbassata dal livello di ustione.
Lo schiacciapatate.
Gianca che mi regala un carro armato giocattolo "... perché è affine alla tua personalità".
Le battute sul dinosauro Wind che calpesta tutto quello che gli si para di fronte.
Basta.
E' ora di smetterla.
Non ho intenzione di essere la scusa per le scelte che fanno altre persone. Consapevolmente.
Avere il coraggio di dare un nome a ciò che succede, non significa affatto essere spietati.
Bisogna mettere la propria faccia, di fronte alla vita, in prima persona: perché è troppo comodo usare un carro armato per pararsi dai colpi! Si rischia di ridurre in purea se stessi, invece di difendersi. Ed, in ogni caso, anche il carro armato, dopo un po', si rompe i coglioni.

15 dicembre, 2008

"T'E PROPIA 'NA ZOCCA!"


Riflettevo, mentre schiacchiavo la guancia sul freddo del finestrino di un convoglio FF.SS. La zucca, nelle favole, con un colpo di bacchetta magica diventava la carrozza che accompagnava la bella fanciulla dal suo Principe.
La carrozza in questione, invece, mi portava lontano, dal Principe dagli occhi azzurri. Aveva il riscaldamento rotto, e i due umarèlls a fianco sproloquiavano, con evidente fiato vinoso, di quanto fosse duro tirare avanti al giorno d'oggi, con tutti questi stranieri che non pagano luce, acqua e gas, e il Comune ci dà anche l'appartamento, e fanno solo dei figli, che rubano il posto all'asilo ai nostri, e che le badanti prendono troppi soldi, e stanno qui quattro o cinque anni, poi tornano a casa sua, e si comprano la casa.
E che la Cagnina (con incomprensibile scarto di argomento, ma evidentemente era tutta roba che stava loro a cuore) è da donne, perché è troppo dolce.
Anche la zucca è dolce. E di solito viene ignorata e bistrattata: sarà che è così difficile da trattare. Dura, e ostica. Con tanto scarto, tra la buccia e i semi. Quando si compra una zucca, ci sono gli esperti battitori, come a comprare le cocomere, o i meloni. Battono la superficie con sapienti colpetti, e sanno già se la zucca è buona o farlocca. Beati loro. Io i colpetti li do per contegno, ma non ci capisco nulla. Dicono che il suono dev'essere sordo. Dicono di guardare il "picòl", il picciolo, che sia ancora morbido, e tutto attaccato alla sommità della cocuzza. Dicono di guardare bene che non ci siano avvallamenti, zone molli, o ammaccature.
L'operazione più ingrata è sicuramente quella di mondare la zucca: a parte che non ho una grossa abilità, a maneggiare coltelli, e mi faccio sempre male alle mani. E quei taglietti bruciano da morire, col freddo, con l'acqua. Pazienza: da sempre, tengo da parte i semi, della zucca. Una volta si appoggiavano sul ripiano della stufa, per una grossolana tostatura.
La zucca che avanza si può anche congelare, ma va mangiata per forza prima di Carnevale.
Ma quello che mi interessa davvero sono quei dadini arancioni, ottenuti dopo immani sforzi.
Padella larga, olio a profusione, cipolla da soffriggere. Un bicchiere d'acqua e uno di vino. E dentro i dadini, da far cuocere fino a che non si sfrappolano ben bene, sotto potenti colpi di forchetta impugnata in orizzontale.
Da parte, in una padella più piccolina, si fanno cuocere fino a che non diventano croccanti, delle piccole striscioline di pancetta.
Fusilli, che sono la pasta migliore per la zucca, e se ne raccoglie molta e buona, in quelle spire voluttuose. Una volta che la pasta sarà cotta a puntino, si unisce la zucca, una manciata generosa di parmigiano, le striscioline di pancetta, un poco di prezzemolo tritato ed una pizzicata di pepe.
Buona da morire, questa pasta. E anche semplice, una volta superato lo scoglio della zucca. Dura, e testarda.
E quante volte me lo sono sentito dire, nella mia vita, che sono proprio una zuccona.
Quanto è vero.. Una zuccona al punto che bastano due mestolate d'acqua, e si scioglie come il burro. Quanto sono lunghi, quei viaggi a ritroso sulla zucca delle FF.SS che porta indietro dal Nord Est.
Quanto ho pianto. E quanto ancora.


28 novembre, 2008

IL MIO ARMADIO


L'armadio di Calvanella, in origine, era foderato di un'orribile tappezzeria a fiori, ed era l'armadio nella camera di papà e mamma, nella villetta a schiera di via Torrente Dragone. Poi, per fortuna, gli abbiamo tirato via il rivestimento fiorato ed è diventato il mio armadio, color legno di frassino naturale, nella casa su a Fogliano.
In alto a destra, dove adesso ho posizionato le borse, ci stava la "Bacheca Dorata": la raccolta dei miei film preferiti in videocassetta. Bagdad Cafè. All That Jazz. Labyrinth. Assassini Nati. Film Blu. Gli altri non me li ricordo più. Nell'anta grande a sinistra c'era appeso il poster/caricatura dei Tacchini Selvaggi e l'adesivo di Gallo Tattoo, preso quando sono andata a fare il mio tatuaggio. Sempre a destra in alto, invece, la foto (e c'è ancora) di Chris Cornell. Mai tirata via.
Come abitudine, l'ultimo cassetto in fondo è per le scarpe. E per prendere le maglie delicate monto in piedi sul terzo cassetto.
Da Fogliano, l'armadio è migrato direttamente a Spezzano, al Borghetto. Non è venuto a Montale, saltando a piedi pari il mio matrimonio. E non è passato per Modena dal Gigante. Mestamente, si è fatto smontare e riportare a Fogliano, da mio padre, per poi rimanere vuoto ed inutile. Solo a contenere qualche coperta di lana che non trovava spazio da nessuna altra parte.
E, inaspettatamente, l'armadio è stato smontato di nuovo e portato in Calvanella, la casa da dove proviene gran parte della mia famiglia.
Per lui, dev'essere stato come il risveglio prematuro da un letargo: poveri, i suoi giunti martoriati. Scomposti, riassemblati, senza neppure il tempo di assestarsi ad ogni primavera con sani scricchiolii. L'armadio deve aver pensato, tra sè e sè: "Lara... Che è 'sto posto? Ma quando li hai comprati, questi vestiti che non conosco? La smetti, di farmi fare della strada?? Gli armadi non devono percorrere strade. Non è nella nostra natura. Altrimenti ci avrebbero fatti con le gambe. O ci avrebbero montati con le rotelle sotto. Quindi, per favore, basta...".
Povero armadio.
Però è così bello vederlo lì, montato e bello farcito col mio campionario di abiti ed accessori. Scusa, Armadio, se ti ho fatto fare tutta questa strada. E non ti preoccupare della storia con il guardaroba Aneboda! E' solo un'infatuazione di una stagione.. Chiediglielo, al guardaroba Aneboda, se gli ho fatto fare tanta strada quanta ne ho fatta fare a te! Al massimo, l'Aneboda può dire di aver fatto da Casalecchio a Calvanella, lo spazio dall'Ikea a casa. Ma te, invece.. te, è tutta la vita che ti porto con me.
Va beh l'armadio.. E la cucina, invece??? E le ricette???
Sto arrivando.
Ieri ho messo su il primo caffè.
Fuoco alle polveri: si ricomincia.

24 novembre, 2008

"UNO ZUPPONE FITTO FITTO"


E' il modo migliore che ho trovato per descrivere la ribollita toscana.
E il modo migliore per descrivere un fine settimana da capogiro.
Da dove partiamo?
Venerdì sera gay friendly, con le bimbe al Frozen di Modena, per assistere con ammirazione (e malcelata invidia per gambe e chiappe) alla danza aggraziata di una stangona di due metri che ha incantato una platea variegata di modenesi, di solito così bacchettoni e inquadrati. In fin dei conti, "sei etero o sei gay, sei etero o sei gay, tu fatti i c***i tuoi che io mi faccio i c***i miei"..
Sabato pomeriggio al Giglio, di Reggio Emilia, per vedere i nostri beniamini cariparmici, che ci hanno fatto un po' penare. Non tanto per la partita.. O non solo. E' stato quel ritardo a farsi vedere alla fine. Quando sono usciti non c'erano che poche centinaia di persone sugli spalti: il pubblico, in realtà, era rimasto per guardare un tramonto memorabile sullo stadio, nel ghiaccio di una folata polare che arrivava direttamente dal profondo nord.
E' stato brutto, perché càpita continuamente di perdere le partite: ma si va, davanti al tifoso intirizzito, triste, con la parrucca variopinta e floscia in testa. E gli si dice, in faccia: "Mi dispiace".
E il tifoso sorride, e si va a prendere una birra con tutti gli altri. Ma è così deludente, ricevere un'indifferenza immeritata, e rimane solo il bel ricordo di un incredibile tramonto violetto.
Poi il ritorno in macchina verso Modena, caotico. Il Calatrava sull'autostrada di Reggio Emilia illuminato in tricolore, non so per la partita di rugby, o se sia sempre così.
Sono un po' lunatica.
Penso ad Ennio, e penso che è il primo fine settimana che non ci si vede da sei mesi a questa parte. Riempio la testa alla Principessa con le mie paranoie, da Reggio fino all'Exalumeria.
E quando entro lo vedo: Ennio è lì. Con una birra davanti. E tutte le Foxy dietro di lui, che ridono come delle matte.
Mi pietrifico sull'ingresso dell'Exalumeria e, dopo un attimo di niente, mi precipito da lui, per vedere se è vero o se mi hanno portato solo una sagoma cartonata di lui.
No, no.. Lui c'è, e sarà con noi anche per la trasferta del giorno dopo, a Livorno.
Terreno pesante, carriolate di sabbia a riempire i buchi del campo, appena prima delle partite.
Le livornesi ci regalano, alla fine della giornata, la loro ribollita. Ancora con le maglie da gioco, mescolano energicamente enormi pignatte piene di minestra, densa calda e fumante: una benedizione, perché quest'aria fredda taglia la pelle.
Una minestra di cuore: ci finiscono dentro un sacco di avanzi.. Tutta la verdura cotta in settimana, viene riunita nel pentolone (basta che ci siano fagioli e cavolo nero: quelle due cose non mancano mai). Per non buttare via niente. Compreso il pane raffermo. Un filo d'olio extravergine a fine cottura, per mantecare, ed impreziosire la frugalità degli altri ingredienti.
E che bene, che fa, scendendo nello stomaco vuoto..
Facciamo una piccola deviazione a Tirrenia, per vedere il mare, e per bagnarci i piedi: di solito, a fine partita, si dovrebbe fare il bagno nel ghiaccio. E infatti la temperatura del mare toscano non si discosta poi di tanto dallo zero..
Le curve della Cisa, per tornare a Modena.
E poi? Vuoi forse lasciare Ennio da solo per il viaggio di ritorno? Macchè: non ci penso neanche. Appena scesa dal furgone della società, riprendo la macchina per scortare nel Nord Est il mio Cavaliere. Beh, almeno ci provo: il ginocchio mi tradisce appena prima della barriera di Mestre. Così Ennio deve farsi spazio nel mini-abitacolo della mia scatoletta a quattro ruote, per terminare il tragitto.
E stamattina mi appresto a riprendere la strada verso casa, ma... ma come?! NEVE???
'Orco cane..
La più grossa nevicata (nel senso di estensione) che io abbia mai visto: da Udine a Bologna. Graziata solo per l'ultimo tratto di strada, quando ormai, per fortuna, potevo riprendere la mia "normale" settimana lavorativa. Una bella ribollita di eventi, nevvero? Ma quanto bene.. quanto bene, fa tutto questo!..

20 novembre, 2008

ESTASI CULINARIE

Ho appena finito di leggere il primo romanzo di Muriel Barbery, scritto prima di essere sommersa dalla fama e dalle lodi per L'Eleganza del Riccio.
Un dramma consumato in tempo reale in un condominio signorile di rue de Grenelle: Monsieur Arthens, il miglior critico gastronomico del mondo, sta morendo.
Prima del trapasso intende ritrovare un sapore provato che non riesce ad individuare tra le migliaia di sollecitazioni alle papille della sua vita. E lo vorrebbe assaggiare di nuovo, prima di morire.
Inizia così la galleria dei sapori, un cibo ed una sensazione per ogni fase della vita. Con abbondante contorno delle persone che hanno accompagnato Arthens nella sua vita. Semplici compagni di tavola, o compagni di una vita. Non importa il ruolo. Importano i sapori, e gli odori. Anche il cane ha la sua parte, e la sua nuca che sa di pane appena sfornato.
Non dirò se, alla fine del libro, sarà o no ritrovato il sapore ultimo e sublime. Non posso neppure essere certa del fatto che esista davvero, il sapore ultimo e sublime.
Quel che voglio tenere stretta è questa sensazione di... indigestione.
Abituata a mettere giù "alla buona" le mie ricette e le mie storie, sono rimasta frastornata da questa ridda di aggettivi e sensazioni.
Ho preso l'aglio, come segno distintivo.
Perché è disprezzato, amato, odiato, celebrato per le sue proprietà medicinali. I cinesi insultavano i coreani chiamandoli proprio così: mangiatori di aglio.
Tiene lontani i vampiri, le zanzare. Ogni sorta di succhiatore di sangue. E fa bene al sangue, proprio: alla circolazione, al cuore. Ma danneggia il cuore, per allontanare ogni bocca dall'altra al momento del bacio. Olezzo che non si riesce a parare in nessun modo, se non peggiorando la situazione ed evidenziandone la presenza, per contrasto.
Aglio nella cucina quando fa da mangiare mio padre: che sa fare solo una cosa, in cucina, e tutte le volte la ripete, con consumata consuetudine. E' un sugo per i maccheroni. Nulla più che tre spicchi triturati direttamente sul piano di granito, spappolati con il dorso del coltellaccio (così da far sprigionare bene a modo tutto l'odore possibile). Imbrunitura veloce nell'olio bollente, cascata di pomodorini freschi e una pizzicata di basilico. Stop. E mai non manca di apprezzarne il risultato, alla prima forchettata di pasta. "Mmmmmh, che buono l'aglio!". Sì, buono. Ma già penso ai miei poveri clienti del pomeriggio, e se posso fare affidamento su una buona scorta di Vigorsol nella borsa.
Sarà forse questo il mio sapore primordiale, al momento giusto? Non saprei. Ce ne sono ancora talmente tanti, da scoprire.. O sarà come mi ha ricordato la Pri: che più diventi vecchio, più hai bisogno delle persone che conoscevi da giovane.

12 novembre, 2008

20 ottobre, 2008

CROSTATA DI MIRTILLI


L'impatto col terreno è accecante.
Il dolore pulsa dal bacino e si irradia fino al cervello.
Più forte, sul momento, è il richiamo del campo.
Mi alzo in piedi.
Non ci riesco. Crollo di nuovo a terra.
"Marco, sostituiscimi!"
E cerco di raggiungere il bordo del campo sui gomiti. Niente da fare.
Apro gli occhi, ed è una fetta di cielo, tra i visi piegati su di me.
C'è un dottore con la barba sale e pepe, che mi chiede se riesco a muovere le gambe: no, altrimenti sarei riuscita a stare in piedi, e ad uscire dal campo. C'è la Marta, l'Alle che mi accarezza il viso e, chinandosi, mi punta il ginocchio proprio sul centro pulsante del dolore. Urlo.
Ennio, con la faccia sottosopra, perché si è abbassato proprio sopra la mia testa. Mi prende la mano: "Sono qui". Marco, scusa... non aver paura... è solo una botta. Giro la testa: la Cannavaro piange. No, Serenita, non piangere. Io piango, ma è la rabbia per dovervi lasciare qui. Senza di me. Me ne vado, sull'ambulanza. Sento gli applausi delle ragazze, e le Foxy che gridano, solo per me: "CEL'HAICONMEEEEEEEEE?!". Vedo il tetto dell'ambulanza dal di dentro: brutti ricordi, di un incidente tanti anni fa. Tagliano le scarpe, che non si riescono a sfilare. Ho freddo, tanto freddo. La maglia da gioco, ancora addosso, ancora sudata.
Mi posano sul lettino delle radiografie. Il contatto con la superficie gelida e rigida mi fa fare un balzo. Artiglio la spalla del dottore che sta localizzando la botta, e lui smette di premere, intimorito. Un lampo di luce, e subito rientrano i due dottori. Guardano la lastra: "Niente di rotto".
Chiudo gli occhi, libero un ringraziamento al cielo. Esco sulla barella urlando: "NON E' ROTTOOOOO!!", e subito parte il giro delle telefonate. Non è rotto. Non è rotto.
Non è rotto.
Stai con me, Ennio. Stanotte, stai con me.
Non ho idea di cosa significhi vedere cadere a terra la persona amata. E vedere che non si rialza.
Non aver paura.
Non è rotto.

08 ottobre, 2008

"NON PIANGERE CHE PARTO, PREGA PERCHE' TORNO"


 
(Scritto sul portellone posteriore di un camion,
stamattina, in tangenziale a Modena)
(ci sta anche bene, dopo un post sui congiuntivi)


Hanno demolito la Cantina Pedemontana. Nel mese di ottobre, sulle strade di Spezzano, giravano sia le Ferrari, fresche di fabbrica e da provare sui percorsi della gente comune (e mortale, ci tengo a sottolineare: perché la morte è la prima cosa che ti viene in mente, quando sei lì con la tua Uno45Sting a velocità di crociera, e un bolide sparato a 160 km/h ti accarezza il paraurti sciabolando in velocità, e lo spostamento d'aria ti catapulta sul marciapiedi..), sia le baraccane cariche d'uva che scendevano giù dalla montagna, cariche di uva, in direzione Pedemontana a Sassuolo.
Era bello, perché prima si vendemmiava: ricordo i walkman a cassette, con le compilazioni che mi preparava apposta il postino di Spezzano, Suto, chitarra e voce dei Tacchini Selvaggi. E' stato grazie a lui che ho sentito per la prima volta Sweet Home Alabama. Ed è per sua cagione che rabbrividisco di ribrezzo tutte le volte che ascolto Kid Rock.
Certo: l'effetto scenico era notevole.. Suiiiiiitooooomal'bama, sculettando malamente lungo le pendenze dolci delle colline modenesi, tra mia nonna che scuote la testa per questa nipote matta che le è capitata geneticamente chissà da dove, e tutti gli amici reclutati forzatamente per un pomeriggio. Dita viola, vespe che sbucano a tradimento dai grappoli succosi, con grande spavento. E alla fine il giro trionfale sul trattore, che ripaga di tutta la fatica, per arrivare giù alla Pedemontana. Oh, ci si mette una vita, a quella velocità. E ti superano tutte le Uno45Sting, ma anche i motorini, ma anche le biciclette. Fa bene fare a velocità ridotta i percorsi che si fanno tutti i giorni a velocità normale. Si vedono molte più cose. E scopri che sei innamorata della tua terra più di quanto ti saresti aspettata.
Oggi sono passata a velocità normale davanti alla Pedemontana.
Non una Uno45Sting, ma la mia Pallina Daewoo Matiz.
E non c'era.
Ho frenato.
Sono tornata indietro.
Ho guardato quel vuoto, dietro ai cartelli del cinema Perla della Veggia (Hancock, ancora).
Sarà blasfema, ma era l'effetto di quando sono arrivata a Ground Zero.. BUM.
Detriti. E macerie.
Anche su a casa, in Calvanella, c'erano detriti, ma in mezzo ai quei detriti oggi pomeriggio è stato posato il primo tubo che porterà il gas ad alimentare la mia nuova cucina. Ci vorrà un po' di tempo, forse, ma le ricette stanno tornando. E il tempo della vendemmia è passato senza baraccane cariche d'uva. Sweet Home Calvanella.

29 settembre, 2008

ANCHE GEORGE CLOONEY AFFETTA LE CAROTE


... e cominciano a trovarsi in giro volantini preoccupanti, del tipo: "Corsi di cucina solo per uomini". Non per uomini soli (come cantavano i Pooh, nella peggior canzone della storia della musica italiana) ma per soli uomini: senza implicazioni becere del genere sushi-servito-sul-corpo-nudo-di-una-modella-giapponese. Apro il volantino: la prima sera si parla di cioccolato. La seconda di happy hour (sottotitolo: stuzzichini per i tuoi amici). La terza e ultima sera un'esaltante: "La cena a lume di candela - una sorpresa per la tua lei a San Valentino". Dunque, riassumendo: la dieta dell'uomo tipo (secondo il volantino che ho sotto mano) sarebbe a base di dolci e piatti di accompagnamento alle birre, mentre le pentole servirebbero solo per ammorbidire una pollastra prima di zomparle addosso. Molto istruttivo. E George Clooney cosa c'entra? Ho visto Burn After Reading, e uno dei duecentoquarantasei motivi per cui mi è piaciuto è proprio George Clooney che affetta le carote per l'insalata: per quel gusto sopraffino dei Fratelli Coen di ridurre a pezzettini gli eroi perfetti di Hollywood. Brad Pitt ridicolizzato da delle meches criminali, su quel viso baciato dagli dei. Tilda Swinton odiosa fino a tirarti via gli schiaffi dalle mani. Un libro per bambini che parla di un'interrogazione parlamentare interrotta da uno starnuto. Infine: un sublime John Malkovich in vestaglia e accetta.
In effetti, ultimamente, ci sono momenti in cui mi sembra di essere catapultata in un film dei Fratelli Coen. Volantini di cucina per soli uomini a parte. Ieri sera, in treno. Vedo un signore con occhialini ed evidente riportino al centro del cranio (tiro ad indovinare: professorino eternamente non di ruolo), che chiosa con una bella ragazza seduta di fronte a lui, sperando di sedurla scoccando l'unica freccia al suo arco: la conversazione forbita.
Inciampa malauguratamente sopra un congiuntivo infelice, dal quale cerca di liberarsi con visibile imbarazzo: "D'altronde, al giorno d'oggi il congiuntivo non lo usa più nessuno!", ammiccando grossolanamente, ed indicando il giovanotto seduto alla destra della signorina. Capello lungo, mutanda stinta a vista fuori dai pantaloni della tuta, e una partita molto concentrata sul videogioco di un computer portatile. Belloccio, e trasandato. Il giovanotto leva per un istante gli occhioni blu dal videogioco, fissa l'uomo sotto al riportino, e lo inchioda: "Personalmente, cerco di usare il congiuntivo quanto più mi sia possibile". Indovinate a quale dei due passeggeri la bella fanciulla del treno avrà donato il cuore ed il sorriso?..

24 settembre, 2008

IL MATRIMONIO DEL MIO MIGLIORE AMICO



"Stai fermo così..."
Il nodo alla cravatta è fissato in maniera approssimativa. Non li so fare, e sbaglio sempre la lunghezza dei due lembi. E il momento più difficile è quando cerco di addomesticare il colletto inamidato e rigido su quel collo poderoso. Collo di pilone. Largo e solido. Stretto dai bottoni, come se fosse in gabbia. Passato il primo momento di rigidità, lo guardo molto soddisfatta. Non so perché i rugbysti abbiano questa naturale grazia innata, che li porti ad indossare così disinvoltamente il vestito elegante.
La mamma dello sposo scalpita già da ore, al piano di sopra. Si sentono quei piccoli tacchetti che vagano senza posa da un capo all'altro del pavimento, sentra trovare tregua. Molto più posato il padre dello sposo, serafico, sotto quel cappello a larghe tese che non abbandonerà mai, per tutta la giornata.
Un caffè, per calmare me e la mamma dello sposo. Che tremiamo, con le tazzine a mezz'aria. Ennio mi prende le chiavi della macchina, saggiamente. Non è una buona idea che mi metta a guidare, per andare da Gianca. Li troviamo in giardino, che cercano di tener buoni i cani. Sono bellissimi, e la Cri rotea il mazzetto di rose lanciando bianchi sorrisi da tutte le parti. Impeccabile, in pantalone stretto a sigaretta, color rosa antico, con quell'unico vezzo dei tacchi iperbolici, su cui slanciarsi verso l'infinito ed oltre. Perché stamattina si sposano..
Chi si sposa, di lunedì mattina?
Solo i fiorai. E le parrucchiere, appunto.
Davanti al municipio si avvicina un tizio curioso, che becca proprio lo sposo, e gli chiede: "Ma c'è un matrimonio, stamattina? E chi si sposa?". Il fratello di Gianca, con moglie fiammeggiante e prole al seguito, arriva in ritardo perché pensava che il matrimonio fosse il lunedì successivo.
E, per ultima, arriva la fascia tricolore.
Non respiro per tutta la durata della cerimonia. Un minuto.
Ci si mette di più a fare le foto che a sposarsi.
Ci rilassiamo solo al momento dell'aperitivo, allungati sulle sedie di vimini, nell'atmosfera da cabò generale per essere lì a sorseggiare spritz e mangiare olive, in abiti da festa, quando di solito saremmo a lavorare (anche piuttosto incazzati, da lunedì mattina).
Il pranzo, invece, è al pub. Altra sensazione di scambio di ruoli non indifferente. Dove adesso prendiamo posto, per mangiare tortelli verdi e risotto ai funghi, l'ultima volta ci ho visto Gianca suonare. Le foto dei grandi del rock ci guardano benigni le spalle, mentre cominciamo a vuotare le bottiglie di lambrusco. Il nonno novantenne si addormenta poggiando la fronte sul tavolo.
Dispongo le damigelle come per una partita di rugby a sette, per la ricezione del calcio d'inizio. Solo che viene lanciato il bouquet.
E infine arriva "lei".
Le torte, quando vanno in paradiso, diventano questa santa torta.. E ci vanno solo se sono molto buone.
Una torta celestiale. Un coro d'angeli. Una Saint Honoré.. Non avrò mai il coraggio neppure di tentare, una torta simile. Un abbraccio di granella di nocciole, a suggellare le nuvolette di panna, di cioccolato, i bignè di crema.
Domani, Gianca invierà le partecipazioni: "...annunciano con gioia il loro matrimonio, avvenuto ieri 22-09-2008 alle ore 10.45 presso il Municipio del comune di Scandiano (RE) alla presenza di familiari e testimoni".
Noi li lasciamo a casa loro, scaricati con la Pallina lavata per la prima volta, proprio in onore del matrimonio del mio migliore amico, del mio fratello, brilli, per la loro prima siesta di nozze.
Serve poi tanto per sposarsi?
No. In fin dei conti.. Un tizio con una fascia tricolore chiede: "Oh, ti va bene di stare con lui/lei?".
"Sì (se no mica venivamo qui, no?! Ti pare?.. ma questo solo pensato)".
"Va beh, allora va bene. Siete sposati. E adesso, baciatevi".
FINE
Fine? Col cavolo. Gianca si è girato verso di me, sulle scale, prima di arrivare dal tizio con la fascia tricolore. Mi sorride: "Facciamo anche questa?". Sorrido a mia volta.. Sì, se no mica venivo qui vestita come una torta Saint Honoré di lunedì mattina, ti pare? Ora comincia di nuovo tutto quanto. Hai ragione, a sposarti di lunedì mattina. E' come se fosse un lunedì mattina nella tua vita: una fase iniziale, appena partita.
Per la cronaca. Il mio pilone ha stoicamente tenuto la cravatta per tutta la giornata. Credo che sia partito solo il primo bottone del colletto (per principio di asfissia), ma solo dopo l'inizio del pranzo. Ci vuole un giusto e meritato riconoscimento.

29 agosto, 2008

IL PRIMO SORSO DI BIRRA


Fammi un po' vedere..
Rimangono ancora i detriti fossili di terra, agli angoli del borsone, rintanati fin dall'anno scorso.
La terra sulla mia fida piazzola: non lavo neanche la macchina, figurarsi se mi metto a pulire la piazzola per i calci!
Le scarpe sì, anche se, per scaramanzia, non cambio i laccetti fino a quando non si rompono da soli, anche se sono già in condizioni pietose. Ennio mi ha fatto un gran bel regalo: un sacchetto di tacchetti di ricambio. Molto meglio di un mazzo di fiori, direi.
Pantaloncini dell'Udine Rugby (è una simpatica tradizione: le fidanzate di un giocatore, in allenamento, usano i pantaloncini della squadra del proprio uomo: Rovigo, Parma, Udine).
Calzettoni lisi in punta e sul tallone.
Maglietta scolorita.
Il nastro adesivo bianco ha raccattato dal fondo della tasca ogni cosa si potesse appiccicare: elastici per capelli, le linguette usate delle lenti a contatto, altro nastro adesivo, già usato e appallottolato. Insomma, un blob informe.
Paradenti: nero.. l'ho cambiato, dopo la finale del campionato. Ci ho fatto solo due o tre partite estive e, soprattutto, il raduno bolognese di rugby.it. Nei confronti del paradenti nuovo ho ancora la sensazione di corpo estraneo.
Asciugamanone.
Niente asciugacapelli, che è ancora caldo e mi posso permettere il lusso di uscire dagli spogliatoi con i capelli che stillano ancora gocce sulle spalle. Anzi, è una necessità, visto che lo spogliatoio, in questo periodo, somiglia tanto ad una sauna. Sempre con la doccia fredda, però: questa è una costante estiva ed invernale.
Il bagnoschiuma al mango: che tutte le volte che si apre il tappino, un odore tremendo e dolciastro si spande per tutte le docce, e già le ragazze hanno minacciato più volte di farmelo mangiare, il mio stra*#ç+*!!..tissimo bagnoschiuma al mango. Crema idratante, per lenire il prurito tremendo del mix erba/zanzare/polvere/abrasioni da gioco.
Chiudo la borsa.
Aspetto anche il primo sorso di birra dopo l'allenamento, che ha un sapore tutto speciale.


Sono pronta.

25 agosto, 2008

ZUGLIO, COL BENE CHE TI VOGLIO



 
Quando vado in moto, non riesco a tenermi agli appositi manigliotti a fianco del sedile del passeggero. Per la gioia di Ennio, sto proprio attaccata al pilota, a koala sulla schiena. Peso doppio sulle vertebre. E un fastidioso toc-toc-toc che, ad ogni frenata, fa far cin-cin ai due caschi, con un effetto rimbombante alla testa estremamente fastidioso.

Io urlo: "Scusaaaaaaa", ad ogni toc, cercando di superare il frastuono del motore e del vento, mentre lui scuote la testa, sconsolato.

Mi piace andare in moto, perché ho tempo per guardarmi intorno. E, dopo un po', il rumore mi fa partire delle canzoni, in testa, dentro il casco: e le canto tutte benissimo, perché la musica affiora dall'apparente caos, e il sottofondo fa sì che anche le stecche siano graziate. Quanta soddisfazione, a cantare dentro il casco! Come quando si canta sotto la doccia. La moto (e la doccia) rendono giustizia agli stonati.

E mentre canto, posso fare un sacco di altra roba: arredare mentalmente la casa nuova, ripassare tutte le (tre) parole in friulano che ho imparato, arrotolarmi il cervello per cercare di ricordarmi come si chiamava l'attrice che faceva Miranda in Sex & The City.

E, tra una sciocchezzuola e l'altra, tornante dopo tornante, ci ritroviamo a 2600 metri, in mezzo alle cime più alte dell'Austria, a fare a palle di neve, o a scaldarci ad una stufa di maiolica, invece di stare su una spiaggia a rosolarci al sole.

La discesa dalle montagne è entusiasta e piena di buoni propositi: si parla già di polenta con costaiola di maiale, dopo un buon aperitivo alla Pecora Nera di Tricesimo. Accostiamo la moto, per una cortese telefonata a casa, per avvertire che siamo vivi e siamo rimpatriati.

Grave imprudenza.

Lo spiazzo è di fronte ad un locale che assomma tutte le caratteristiche più disgraziate per un locale pubblico: si chiama "Ristorante Mexico". L'ingresso dà direttamente sulla strada pubblica (nel senso: esci piano dalla porta, se non vuoi farti pestare un piede da un camion lanciato a folle corsa verso il confine austriaco), non c'è parcheggio, il centro del paese se ne sta proprio dall'altra parte, oltre il ponte, ben lungi da poter intrappolare qualcuno con l'odore promettente fuoriuscito da un'invitante cucina.

Leggo, con malcelata smorfia di alterigia, le numerose specialità elencate, osservando astutamente che troppe specialità fanno sì che non ci sia, in realtà, nessuna vera specialità (quanta saggezza culinaria! Sto diventando cinica come il peggior Raspelli in circolazione)...

Pizzeria.

Cucina messicana.

Cucina tipica (vien da chiedersi: tipica di dove, per fare le pugnette?).

Lasagne (uh?!).

Internet Point (che con la roba da mangiare c'entra fino a mezzogiorno).

Video Music (Video Music? Questa sì che è una prelibatezza: dopo anni e anni di strapotere imperante di MTV... MTV, get off the air!).

E infine, aggiunto posteriormente: Solo per oggi, cjalsons. Ma il cartello recava già parecchi strati di polvere, quindi vien da pensare malignamente che l'oggi del cartello, in realtà, si ripeta già da parecchi "oggi", come quel Il Giorno della Marmotta con Bill Murray (sarà un caso, ma le marmotte le abbiamo viste davvero, durante la giornata).

Riponiamo il telefono, dopo aver assolto i doveri familiari, pregustiamo il pasto ferino con sano appetito acuito dall'aria fina dell'alta montagna, e dal fatto che a mezzodì avevamo ingerito soltanto un misero wurst.

Ma il buon Dio è dotato di senso dell'umorismo, evidentemente.

E se fa ridere, vale.

Ma non l'ho pensata così, nell'immediatezza dei fatti.

Ennio gira la chiave della moto, e la moto non dà segni di vita.

Riproviamo.

Un misero baluginare sul quadro elettrico, poi più nulla.

"Fusibili", dice lui. E io, già in preda a deliri per la fame, capisco fusilli.

Ma non sono i fusibili. E neanche i fusilli.

Sapete quella storia che raccontano sulla solidarietà tra motociclisti, per cui se un motociclista si trova in difficoltà sul ciglio della strada, tutti quelli che passano si fermano a soccorrere?

Non date mica retta.

Mica vero.

I motociclisti avevano fame anche loro: salutavano, e tiravano dritti, belli belli, verso le loro cene fumanti in tavola.

Noi ci guardiamo: per il furgone della pietà, chiamato a soccorso per caricare noi e la povera moto, serve almeno un'ora di speranzosa attesa. E nel frattempo, che fare? Non si può mica stare lì, sul ciglio della strada, con la pancia vuota!..

L'insegna rossa scadente del "Ristorante Mexico" ci guarda, quasi sogghignando beffarda. Invitante, certo, ma anche ambiguamente inquietante. Come l'insegna di un Titti Twister, dopo il tramonto: carico di lusinghe ma, in realtà, infestato dai vampiri.

E sia.

Lasciamo ogni speranza, prima d'entrare.

In realtà, il cartello con le specialità è risultato ingeneroso, rispetto alle attrattive del locale: oltre all'internet point (un catorcio di computer spento, con uno sgabello davanti), abbiamo anche incontrato due Juke Box (uno alimentato con roba scottante degli anni '60, da Adamo ai Primitives; l'altro con un bel pot pourri di tutto il resto, dagli AC/DC a Shakira), un flipper di Space Jam, varie foto dell'oste con celebrità di dubbia provenienza, un grappolo di campanacci da mucca appesi alla porta d'ingresso per appalesare la nostra entrata.

Nonostante i campanacci, però, nessuno sembra scosso dal nostro ingresso.

Anzi, non c'è proprio nessuno.

Saliamo al piano superiore, da dove provengono garrule risate, tonanti bestemmie, e il sottofondo rassicurante di un inizio di partita di calcio dell'Inter... oh, quanto ci è mancato durante l'estate lo sport narcotico nazionale..

Arriviamo al piano di sopra, interrompendo la conversazione del tavolo, i cui occupanti (la Signora Oste e la sua famiglia) ci guardano palesemente ostili.

Non sono per niente convinti delle nostre intenzioni serie (di assicurarci un pasto caldo dentro lo stomaco), e credo abbiamo ritenuto più probabile l'ipotesi della rapina a mano armata (coi caschi, magari...).

La Signora sonda il terreno nemico: "Siete italiani?".

"Sìììììì...". Sorridiamo in stereo, per cercare di rassicurare la tavolata e ristabilire il clima festoso di poc'anzi.

Risposta sbagliata: "Beh, allora sappiate che i tedeschi oggi hanno spazzolato tutto, e non c'è rimasto niente da mangiare".

Un ristorante senza roba da mangiare? Non male, come inizio.

Ma la Signora però ha in serbo ben altre meraviglie: "Certo, le pizze sono finite, ma se vi accontentate di quello che c'è... Ecco: per esempio, oggi pomeriggio alle due ho fatto le lasagne!".

In trappola, come due novellini.

Risulta facile formulare una semplice considerazione logica (del tipo: ma se il locale a mezzogiorno era invaso da un'orda di crucchi affamati che facevano fuori tutte le pizze del mondo, dove ha trovato la Signora il tempo per preparare delle ottime lasagne, da servire ai clienti che non si aspettava sarebbero arrivati la sera stessa?), ma sul momento ci siamo trovati in trappola, prigionieri della nostra stessa fame. Vada per le lasagne!

Che eravamo stati fregati, lo abbiamo capito subito, quando la Signora si è presentata al tavolo dei suoi familiari con una sfornata di pizze messicane: orribili ibridi di pasta, sovrastati da un totem con sombrero nel mezzo del piatto, circondato, come tante piccole offerte votive, da nachos, patate fritte, peperoni, e chissà quali altre incongruenze culinarie.

E arrivavano anche le lasagne.

Condite dalla più grossa bufala che io abbia mai sentito con le mie orecchie.

La Signora Oste ci rifila una balla talmente pacchiana che risulta quasi oltraggiosa, come l'erba cipollina infilata nel ragù delle lasagne. Pare che una cliente bolognese, trovatasi nel locale, così contenta, ed anzi, commossa, per la bontà dei cjalsons assaggiati nel locale, ne abbia ordinato ben 15 teglie (15!!!) da recare con sè al rientro a Bologna. Quale souvenir del posto..

Ed anzi (proseguiva l'oste, nel pieno delirio di onnipotenza provocato dal suo stesso racconto), pare che le teglie siano giunte a destinazione, nel bel mezzo del Piano Padano, quasi ANCORA CALDE (ooooooooh, miracolo! S'ode dalla folla rumoreggiante!).

Io ed Ennio affondiamo le forchette impotenti, in quegli strati di pasta insapidi e refrattari al sugo, in quel condimento dal sentore di ketchup, in quella bolgia di unto che, tradimento, riesce solo ad impressionare il palato con un'ustione per la materia fusa al suo interno.

Triste è il rientro, non in sella al destriero su due ruote. Ed ancora più triste la nottata, in preda a spasmi per una digestione che non ne vuole sapere di giungere a compimento: altro che lasagne fatte il giorno stesso! Que viva Mexico!

NOTA DELL'AUTRICE: Visto che il locale era anche un internet point, non è escluso che qualcuno dei gestori del locale càpiti, in un futuro non tanto remoto, su queste pagine e ne rimanga sentitamente oltraggiato. Bene, mi rivolgo a Lei direttamente, Signora Oste: non se ne abbia a male. Lo abbiamo fatto per dileggio, per irridere la nostra sorte avversa. Non per cattiveria o per ingratitudine, o peggio, per risentimento nei confronti di un prezzo eccessivo per le libagioni assicurateci.

E comunque... quelle lasagne facevano veramente cagare!..

19 agosto, 2008

RATATOUILLE

Me ne torno a casa.
Una spesa leggera, sul sedile anteriore della macchina. Che non ha la pretesa di ricostituire le scorte dopo le vacanze, ma che può dare consolazione per la fine delle ferie, e un buon accompagnamento goloso per la visione di Sweeney Todd (segnare tra gli appunti: mai prendere il pasticcio di carne al ristorante.. scrib scrib scrib...).
"Tutta mia la città", cantava il mio illustre compaesano Vandelli, e non certo quel bellimbusto con gli occhiali da sole troppo grandi che si permette di scaravoltare in levare il ritmo di alcune canzoni che stanno benissimo lì dove sono... ma non voglio pensare alle cose che mi fanno arrabbiare, ora. Il ragazzone con la cravatta avrà avuto i suoi buonissimi motivi, per lasciare i Casino Royale, e per fare una camionata di soldi.
Io ho tre lavatrici di roba da lavare, dopo le vacanze. Devo annaffiare i ficus sotto il portico e devo fare la puntura alla nonna, domani.
Ma per ora, è tutta mia la città. Ancora non fremono i preparativi per la sagra paesana, e tutti se ne stanno rintanati nelle loro tane, aspettando che evapori il caldo accumulato durante il giorno.
Entro in cucina.
Tutta mia la cucina.
Ma c'è qualcosa che non quadra.
E' un foglietto bianco sul tavolo.
"Cara Lara,
tuo padre ha avuto la brillante idea di far saltare la cucina un'ora prima di partire per le vacanze.
Dovrai andare avanti a insalate per una settimana.
Baci.
I tuoi geni(tori)"
Una settimana di insalate?
Il foglietto accartocciato descrive una graziosa traiettoria a parabola fuori dalla finestra.
Non ho neppure intenzione di scaricare i bagagli, e la spesa ormai inutile e incucinabile.
Dietro-front, e si torna in Friuli, altro che insalate!
EPILOGO:
E cos'è successo, poi, alla cucina?
Un topolino.
Un minuscolo topolino di campagna.
Quatto quatto, si è riuscito ad infilare sotto le pesanti assi della pesante cucina in legno massiccio dei miei geni(tori). Ha trovato un bel cavo di suo gradimento, che ha rosicchiato ben bene, tenendolo fermo con le zampine, mentre si dava da fare coi denti.
E' rimasto lì attaccato, folgorato dal suo ultimo pasto.
Pessima scelta di ingredienti, per l'ultima cena.
Non tutti i topi nascono chef come il simpatico topino di Ratatouille.
Amen.

07 agosto, 2008

IL DESSERT DEI TARTARI...



 
... si chiama Palacinka.

Ma, per quanto di pregevole fattura e gradito al palato, non è il piatto protagonista della serata. Ammetto che fa ridere già di per sè, e vale la pena solo per dire: "Cara, dove ti porto a mangiare stasera? Ti va se andiamo all'estero?".

Perché bisogna andare all'estero, per mangiare la tartara.

In Slovenia.

Veronica ha i lunghi capelli frisé, un bellissimo modo di parlare a ondate: onde di parole a getti, velocissime, e pause lunghe come una bassa marea.

Per lasciare il tempo, a chi si trova davanti, di recepire il messaggio.

Per sorridere, con il riflesso malizioso del diamantino sul dente.

E' grazie a lei se, almeno per una sera, mi sono potuta sentire come la Gregoraci.

Strafiga, intendo: non nel senso che il mio uomo abbia qualcosa a che spartire con Briatore.

L'unica sera in cui avrò indossato dei sandali a tacco alto D&G.

Grazie, Veronica.

Perché la vita è fatta anche di queste cose inaspettate.

Non i sandali D&G: il fatto che lei se li sia tolti di dosso, una sera, per farli indossare a me.

E vederla allontanarsi a piedi scalzi sull'asfalto.

Con i lunghi capelli che ondeggiavano sulla schiena.

Mentre io me ne stavo lì, sorpresa, con queste pregevolissime calzature in mano, e i laccetti pendenti come alghe.

E poi perché è stata lei, a chiedere alla cameriera di poter assistere alla preparazione della tartara.

Per di più, millantando che serviva per il mio blog di cucina (!!!).

Già la cameriera mi guardava con sospetto, presagendo che avrei rubato segreti e ricette.

Con il piatto sanguigno tra le mani, la cameriera sembrava una versione rossa e nordica di Mrs. Lovett di Sweeney Todd.

Lungo il carrello stavano allineate ampolle di metallo, con il becco affusolato come tante piccole lampade di Aladino: anche volendo rubare la ricetta, mai avrei potuto tenere a memoria tutti gli ingredienti. Il segreto dei tartari era ancora salvo, per fortuna loro.

Carne cruda, dunque: filetto di vitello, per la precisione.

Macinato, ma non spappolato.

Due uova crude, capperi tritati, senape, limone, sale & pepe, prezzemolo tritato, olio, Worcestershire Sauce e rum.

E una bella tecnica per mescolare il tutto: guardo affascinata, movimenti rapidi, e abilità consumata da centinaia e centinaia di tartare.

Si mangia così. Nuda e cruda, con burro, su crostini caldi di pane tostato.

E così, tra un crostino e l'altro, lei mi dice che se ne va.

Anche lei.

Ho come una sorta di dolorosa abitudine, ormai, a sentire questa cosa.

Sembra la canzone dei Negramaro: "Da me, lo so, si va soltanto via".

Stavolta, è più significativo per lui, per il mio friulano del cuore.

Per me è il senso e la sensazione della separazione, come scrivevo solo pochi mesi fa.

E' come arrivare in un posto nuovo, e scoprire che la festa è ormai finita, e tutti sono già partiti.

Rimane nell'aria la sensazione del vissuto, dei ricordi di altre persone.

E l'altra inquietante sensazione di non capire: non capire perché si voglia solo andar via.



17 luglio, 2008

SO LONG, AND THANKS FOR ALL THE FISH



 
Lo tzatziki (τζατζίκι) è una salsa usata per lo più come antipasto, o come accompagnamento alla carne degli spiedini "souvlaki". Memorie di innumerevoli viaggi in Grecia, di case bianche di calce sotto un cielo smaltato d'azzurro, di colate nere di vulcano che si placano nelle acque cristalline, di visi rugosi di sole, di polvere, di pomodori e basilico, di musiche ridondanti e contagiose.

E me ne trovo una ciotola qui, nel cuore di Milano. Non uno tzatziki industriale, di quelli che puoi assaggiare in qualsiasi kebeb del mondo.. ma proprio uno tzatziki come si deve, con la menta fresca.

Beh, prima della menta, serve lo yoghurt: ma non quello triste e compero, da supermercato. Un bello yoghurt ricco e consistente (fosse di pecora o capra, sarebbe ancora meglio)! E un cetriolo, da sgrattugiare grossolanamente, e da mettere poi ad asciugare in un panno, per togliere più acqua possibile. A parte va frullato l'aglio, in modo da ottenere una purea omogenea. La quantità, di aglio, dipende molto dai gusti: io tendo ad esagerare, perché adoro il friccichio sul palato, al primo boccone di bruschetta affogata nello tzatziki. E non dimentichiamo che è un toccasana, per la salute e la bellezza. Se temete ritorsioni dal punto di vista sociale, nessun problema: basta far mangiare tzatziki anche al bersaglio delle vostre effusioni!

Abbiamo lasciato lo yoghurt da parte: ora che il cetriolo sarà pronto (dopo circa un'oretta), mescolare yoghurt, cetriolo e purea d'aglio, con una frusta, ed aggiungere, alla fine, un cucchiaio di olio d'oliva ed erbette a piacere. La menta, appunto, ma anche finocchio, cumino, anice, aneto..

Servire con pane tostato, di quello bello poroso, che raccolga lo tzatziki in ogni anfratto, con due ciotole appaiate: in una lo tzatziki, e nell'altra olive nere..

Il ristorante si chiama "Tempio d'Oro". Sottotitolo: "tutto fuorché un luogo di culto".

Fino a due ore prima me ne stavo lì, nel mio ufficio, senza aver idea di cosa fare della serata incombente. E poi ho pensato la cosa più semplice del mondo: avevo voglia di vedere la Robbb.

E due ore dopo ero là.

Io che mi perdo anche in casa, e sbaglio a prendere l'uscita in autostrada a Modena Nord.

Con quella macchinina ovale che si parcheggia con un calcio piazzato.

Io che lascio serenamente il frontalino dello stereo insierito, in bella vista, in mezzo ad una marea di spacciatori..

E che sarà mai!

La Robbb.

Che bello vederla..

Mi sarei mangiata le mani, a farla andare via da Milano senza salutarla.

E il nostro arrivederci ha il sapore etnico di un piatto di manzo speziato, e dello tzatziki.

E delle chiacchiere leggere di una serata tra amiche con Nero d'Avola.


Ti vorrei dire bene come sia stato bello trovarti.
E di quante cose belle tu abbia portato nella mia vita.
Anche se in poco tempo.
Ma poi penso: perché crucciarsi?
Abbiamo appena cominciato.
Siamo solo all'antipasto: allo tzatziki.
Fai buon viaggio.
So long, and thanks for all the fish.

14 luglio, 2008

KLAATU BARADA NIKT... coff coff coff!


Mi sveglio ancora di notte, pensando di aver sentito quel campanello.
E' il "DLIN!" che faceva la Giuliana dalla cucina, quando aveva finito di preparare un piatto e io lo dovevo servire in uno dei tavoli del Giardino dei Tigli, a San Venanzio.
Il movimento automatico di partire a comando verso la cucina, al suono del campanello, mi si è insidiato in maniera talmente profonda nel cervello, che sobbalzo anche oggi, quando il campanello risuona dall'interno del locale.
Ero giovane, molto giovane.
Ero l'unica cameriera del locale che poteva usufruire di una deroga al rigido codice di abbigliamento: niente camicia bianca/pantalone nero, per me. Anche perché la camicia bianca sarebbe stata un aperto invito alla patacca: purtroppo, la buona manualità nel servire ai tavoli non era certo il mio forte.. mi salvavo con la presenza di spirito e la conversazione. L'unico segno distintivo che mi individuava come "cameriera" era un vezzoso grembiulino coi bordi di uncinetto. Con tasca anteriore per infilare cavatappi e tappi cavati.
Il Giardino dei Tigli si trova in un'ampia curva della strada che porta all'Abetone. Alla domenica a mezzogiorno ci passano più moto che macchine. Ed è bello vedere come i vari motai affrontano l'ampia voluta d'asfalto: con sicurezza, con la perfezione della curva che deriva da un occhio esperto, o con tanti ritocchi alla traiettoria, piccole aggiustature che non sfuggono ai puristi della guida su due ruote.
Pare che un filo invisibile leghi il rugby e la moto: una volta passione per pochi devoti. Ora, invece, mira di molti nuovi adepti dell'ultima ora, non sempre ben visti ed accettati dai vecchi lupi dell'asfalto/del campo da gioco.
Una piccola piega di disprezzo nella bocca, alla vista di un particolare magari insignificante: per i motai è il calzino corto, che lascia scoperta la caviglia, o peggio, la manica corta! Perché il pensiero va subito al calabrone che si schianta sulla pelle nuda, che acquisisce la consistenza di un proiettile, mano a mano che aumentano i chilometri orari. O il pensiero inevitabile di una sfregatina accidentale della pelle sull'asfalto.
Per i rebbisti è il contrario: l'eccesso di protezione. Quelle imbottiture che fanno tanto spalline dei cantanti negli anni '80. Come se il fatto di non sentire lo schianto delle carni sulle carni, e le carni sulle ossa, mettesse a repentaglio una buona percentuale di godimento o sensibilità di gioco. Io so solo che alla fine di certe partite ho le spalle a pois per gli ematomi, per le punte apparentemente innocue di queste protezioni. In pratica: l'effetto della protezione è uguale a quello dell'urto puro e semplice. Solo un po' più artificiale: dunque, come giustamente intuito dai vecchi rebbisti, perché mettersele?
Arrivati al Giardino dei Tigli, vedo subito il tavolo dove il cameriere ci sistemerà a sedere: ce ne sono diversi, di tavoli liberi. Ma ho ancora lo sguardo clinico del cameriere: quello che sorvola la distesa di teste masticanti, ed individua quello più comodo per lui, facile da raggiungere, da sparecchiare, da tenere sotto controllo.
Diamo un piccolo aiuto incoraggiante al cameriere: tirando il coprimacchia, in modo che non faccia le pieghe appena disteso sulla tavola. Sollevando il numero del tavolo (il n. 84! Ommamma, che domenica difficile...), per facilitare le operazioni di insediamento. Sorridendo, e mostrando di non avere per niente fretta: cosa che è anche vera, tra l'altro.
Sono piccoli gesti, ma ben apprezzati da chi li riceve.
Mica come quei cafoni che arrivano dopo di noi, che non hanno prenotato, e pretendono di spadroneggiare mentre intorno infuria la battaglia delle 13.30, quando tutti hanno ordinato e tutti intendono mangiare il prima possibile.
Ennio sbuffa infastidito: "Non capisco che soddisfazione ci sia a trattare male i camerieri!".
Gli sorrido, colma di gratitudine per la categoria.
E lo ripago con una mangiata clamorosa, il florilegio di un menù che conosco alla perfezione, come la tasca del mio grembiule colmo di tappi di sughero.
Grana con aceto balsamico.
Tortellini al tartufo.
Mezzelune saporite con carciofi, ricotta e pecorino.
Gnocco fritto e salumi.
Arrosticini.
E il Prà di Bosso.
Ricordo nitido di me al tavolo, con taccuino e penna in mano, pronta a ricevere l'ordinazione.
La coppia ordina il Prà di Bosso.
Io sorrido di sottecchi.
Perché la maggior parte delle coppie che ordina il Prà di Bosso non lo finisce mai.
Soprattutto se lei si affretta a richiedere, dopo la bottiglia di vino, una bottiglia di acqua frizzante.
Io aspetto.
Controllo di livello della bottiglia di Prà di Bosso, durante il pasto della coppia.
Servo i caffè, e la bottiglia, dopo che hanno pagato il conto, diventa di mia proprietà.
Tutti in cucina lo sanno.
"Le bottiglie di Prà di Bosso sono della Lara".
Alla fine della serata, quando i piedi hanno la temperatura e la consistenza delle salsicce alla griglia, per i chilometri percorsi tra i tavoli, mi siedo al tavolo, vicino alla porta della cucina: tutti i residui delle bottiglie di Prà di Bosso sono diventate la caraffa del MIO pasto serale, il premio meritato del guerriero che sopravvive alla battaglia.
E stavolta, però, in questa bella domenica di luglio, sulle colline modenesi, la bottiglia è intera, e mi dispiace per la cameriera di turno: ma dalla tavola mia e di Ennio non tornerà indietro un residuo di lambrusco. Sarà per un altro tavolo..

07 luglio, 2008

CASA


 

A scuola ti insegnano la differenza tra "home" e "house".

In italiano, la differenza linguistica non c'è. Ma si sa; inconsapevolmente, ma si sa.

E' la differenza tra un tagliere annerito dalle passate di mezzaluna e un ripiano lindo e pinto dell'Ikea. E' la differenza tra il movimento particolare che devi far fare ad un cassetto, se no non si apre, e i cassetti ben separati con le posate da pesce, da olive e da fondue bourguignonne.

La poltrona di casa è coperta da un telo, ultimo baluardo umano ad una tracimanza di pelo di cane. Wales controlla il territorio. Ma la vera regina è lei.

La prima volta si è messa un po' di trucco: una matita per occhi azzurra, a sottolineare ulteriormente il colore cristallino delle iridi. Ora ha abbassato un po' le difese, ed apre le porte del cuore, oltre che quelle della cucina. E' una cucina di quelle che ti rimangono impresse per tante cose. Non è un odore particolare. Non è il particolare "rustico". E' tutto l'insieme: anni di barattoli, che mano a mano sono diventati inamovibili, pur se usurati. Come il coperchio slabbrato del contenitore dello zucchero. Come il colore sbiadito dalle innumerevoli forchettate della terrina dell'insalata, da cui si pesca abbondantemente tutti insieme, senza passare dal piatto. Come i cucchiai di legno consumati in punta.

I tovaglioli sono quelli di stoffa: nessuno più usa tovaglioli di stoffa. E invece sono lì, con i fiorelloni fuori moda e la stoffa ruvida. E la bottiglia di vino con il tappo richiudibile, che si riempie una volta ogni qualche giorno.

Una donna in una casa di uomini.

Una donna amatissima.

Una donna che richiama le sue amiche a prendere il caffè pomeridiano in una moka capiente, e sono chiacchiere fitte fitte, delle figlie delle amiche che si sposano, delle cose che succedono al paese, delle notizie che arrivano fin da Trieste.

Una donna che, alla fine della giornata, si concede un sonno leggero sulla poltrona, aspettando che tutti rientrino a casa. Mi commuovo un poco, vedendo gli abbracci dei figli a questa donna.

E vedendo come si preoccupa che tutti abbiano abbastanza da mangiare, o che siano soddisfatti.

Una omelette col marsala, spalmata di nutella.

Un'altro cannellone, con ripieno di formaggio e prosciutto. O preferisci quelli con gli spinaci, e il gorgonzola? E le patate fritte.. badate bene di mangiarle calde, che son più buone. Ve le friggo man mano, d'accordo? E lo vuoi un po' di pomo, per finire? Anzi, non lo chiede neanche: pela il pomo, toglie il torsolo, e lo taglia a spicchi, allungandolo già pronto da mangiare.

Me ne sto buona buona, un po' silenziosa, per non disturbare questa atmosfera così quotidiana: anche solo aprire bocca, è come spezzare un ritmo, perché la mia parlata è troppo differente. Perché il mio accento invadente non turbi troppo queste consuetudini.

Già questa tavola è un balsamo, per me.

Che di case ne ho cambiate così tante, e che non mi sento in casa in nessun posto.

Guardo con speranza alle pareti nude su in Calvanella: la mia prossima casa.

La conosco già, ogni parete, ogni piastrella, ogni scorcio dalle finestre.

Ricordi di infanzia, ed un'atmosfera familiare tanto simile a quella della tavola di qui sopra.

E' passato molto tempo, e tocca a me ricostruire tutto quanto.

E una buona cucina da usurare credo che sia già un ottimo punto di partenza.

30 giugno, 2008

FRICO



Ho cominciato ad amare questa terra per diversi ottimi motivi..
Per Ennio, indubbiamente. Per il suo carattere mite ed irremovibile, dolce e granitico.
Per il verde delle foreste che precipita direttamente nel mare.
Per la musica medievale intonata in testa, passeggiando per le strade di Cividale.
Per il prosciutto di San Daniele.
Perché in ogni bar, quando ordini un caffè, ti guardano e ti chiedono, dopo una piccola esitazione: "Liscio?".
E ancora: perché possiedo l'unico paio di occhi scuri nel gruppo dove sto chiacchierando.
Per il latte che fa la schiuma.
Perché si salutano dicendo "Mandi!", sia quando si incontrano sia quando si allontanano.
Per il cartello fuori dal ristorante: "Attenzione: locale frequentato da rugbisti".
Perché l'unità di misura minima, per il vino, è il "taglio", dentro appositi bicchieri da osteria.
E per il Frico.
Ricetta che è una scusa per agglomerare i residui degli innumerevoli formaggi che girano tra queste tavole, provenienti dalle malghe. Anche di differente stagionatura.
Il formaggio va tagliato a dadini.
Le patate si pelano e si cuociono in acqua bollente senza arrivare a completa lessatura, anzi: direi meno della metà, di cottura.
Dopo bisogna tagliarle a fettine molto sottili.
In padella (antiaderente) si scioglie un po' di burro, per appassire una mezza cipolla insieme a sale e pepe (poco sale, soprattutto se ci sono a disposizione dei bei formaggi sostenuti e saporosi). E si uniscono le patate, finendo la cottura e schiacciando ben bene il tutto con una forchetta. In ultimo, i dadini di formaggio. L'abilità della cuoca, in questo caso, sarà quella di eliminare mano a mano l'eccesso di grasso traspirato dal formaggio e, soprattutto, individuare il momento esatto in cui il formaggio, sotto, avrà formato una sottile crosticina, per girare il disco senza arrivare a ustione completa.
Il "Frico" è (apparentemente) semplice, e buono da impazzire.
E paradossalmente, dopo un fine settimana di mangiate clamorose, le padrone di casa hanno avuto anche l'idea di chiedermi di organizzare una serata per piegare i tortellini: per insegnare alle "frutis" friulane la nobile e antica arte della pasta sfoglia e dell'"Ombelico di Venere"!..
Fa ridere, quindi vale.

26 giugno, 2008

DOLCEZZA



C'è un paese meraviglioso dove la Focaccina è una ragazza dolcissima, con gli occhi da cerbiatta ed il placcaggio che spezza le gambe.
Ci si arriva a fatica, in questo paese, soprattutto se tutte le persone a cui domandi ti danno una strada diversa da percorrere.
Va a finire che siamo sempre, immancabilmente in ritardo.. e dico sempre, ma in realtà io e il mio Friulano stiamo insieme da poco. Ma ci prendiamo già amabilmente per i fondelli, quindi vale!
Alla fine, la salvezza ha le sembianze di una Panda rossa, che ci guida sulla retta via. In questo paese meraviglioso, dove ci sono 40° all'ombra, sul campo da gioco le pozzanghere si fanno apposta, con grandi mastellate d'acqua riversate a bella posta, come un tranello, come una palude in mezzo al deserto. E perché poi? Boh... ma non ha tanta importanza: l'importante è che qualcuno ci finisca dentro, e ci sia rivoltato per bene, come una bella cotoletta, impanata di fango denso e verdastro, di quello che non viene via neanche col flessibile!
I personaggi di questo paese meraviglioso sono già tutti lì, e salutano festosamente l'arrivo della Pallina carica dell'impianto, chi con un rutto, chi con una cordiale grattata di panza, chi continuando a fare quello che faceva prima: per lo più, niente..
Studio la fauna locale: la maggior parte non li conosco. O meglio: li conosco, ma non so chi siano. Magari ci parliamo tutti i giorni, ma ci dobbiamo presentare, con tanto di stretta di mano ufficiale. Beh, la stretta di mano si trasforma in un abbraccio, il più delle volte: "Ciao sono Orso(romano)!", "Ciao sono Parabrezza!", "Ciao sono Cookie!"... E uno gli vien da dire: ma che nomi c'hanno, questi qui? Sono il popolo di rugby.it. Che ogni anno si raccoglie in questo paese meraviglioso, che non è proprio Bologna: potrebbe essere una bolla separata dalla terra. Potrebbe essere su un altro pianeta. E un altro posto così non c'è.
L'unico a cui non ho bisogno di chiedere il nome è Radagast: perché lo riconosco per emanazione di autorevolezza.
Poi ci sono gli amici ritrovati. Mai come ora sono felice che siano tutti qui, e tutti insieme: la Robbb, l'Aliena, gli Orsi (udinesi), lo Zio Muggs, Billie, VecchioUbo (con cui avevamo messaggiato poco prima, e con cui avevamo coniato il termine "Migrazione dei Somari", vecchio gruppo beat degli anni '60), Esse, la Lucy. E le mie Foxies, Lucio, Marchigno, anche loro messi in mezzo senza tanti complimenti al frullatore di Bologna 2008.
Mentre sono impegnata nelle presentazioni, che proprio presentazioni non sono, mi arrivano tre birre, una fetta di soppressa, un gelato, mi giro un attimo e l'impianto da disc jockey è miracolosamente già montato. Hai visto come funziona, qui il sostegno?
Le note risuonano, sul campo. E arriva questo personaggio uscito dalla matita di Walt Disney, che suona la chitarra e i baffi. E quest'altro che prende a testate la cassa, quando parte Baba O'Riley. E itsonlirochenrolbatailaichit! E una coppia meravigliosa di neo-sposini. E una coppia altrettanto meravigliosa di sposini, ma già anniversariati, che mi dispensano saggezza sui rapporti a distanza. E un papà che mi chiede se ho un pezzo dello Zecchino D'Oro per il suo pupo. E una versione più sbaraccona, emigrata in Germania, di Alessandro Bergonzoni.
La partita c'è stata. E non è stata neanche uno scherzo, anzi.. pareva infinita, in questo caldo pazzesco. Ma dura e leggera contemporaneamente. Fianco a fianco, una leggenda del rugby italiano, ragazze belle cariche, giocatori in erba, giocatori d'esperienza (va là... risparmiamo pietosamente le virgolette), giocatori solo per un giorno all'anno. Bambini a bordo campo, con le mamme che improvvisano cambi volanti (di pannolino). Cambi di giocatori che sono mancati, invece, perché chi deve sostituire si è andato a prendere una birra.
Cala il sole su questo paese meraviglioso. Mentre i guerrieri alzano le forchette ed i calici. Una partita dell'Italia contro i Campioni del Mondo, vista in differita (eh, al pomeriggio, la precedenza l'aveva la NOSTRA partita: l'eterna disfida tra il bene ed il male, tra i Bianchi ed i Neri, giorno e notte, uomo e donna, Harp o Guinness, Traminer o Nero d'Avola) e sentita dall'impianto da disc jockey, l'ultimo giro di cocktail servito dal mio vice dj, per farsi perdonare del volume allucinante tenuto durante il suo turno in consolle.
Brindiamo alla vita. Brindiamo alla gnocca, ma per favore: abbiate pietà del mio Capitano, che mostra una curiosa forma di intolleranza e un grande attaccamento alle tradizioni (visto che il suo malessere annuale pare essere una delle poche certezza di questo paese meraviglioso!).
Si leva il sole del secondo giorno, per i reduci che ancora non hanno raggiunto i loro paesi d'origine: e, chiaramente, la coppia friulo-emiliana deve essere richiamata all'ordine con colpo di clacson, per poter assistere agli ultimi saluti.. Siate indulgenti, nei confronti dell'entusiasmo di un giovane amore! Proud to be Furlane Inside..
(è un post un po' settario: me ne rendo conto.. comprensibile solo ai presenti! Chiedo venia agli altri lettori, anche per la mancanza di ricette: ma stavolta, la cuoca non ero io... ed è una fortuna che ci siano stati altri cuochi: dio li benedica!)
LEONARD BERNSTEIN!

23 giugno, 2008

CREMA FRITTA


"Ricorda: il segreto sta nelle proporzioni, che se ti sbagli, o ci vengono i grumi o non viene buona!"
Gioia e delizia, semplice e immancabile. La crema di latte.
Una bella terrina capiente.
Quattro cucchiai di farina, quattro cucchiai di zucchero. Comincia subito a mescolare zucchero e farina, per scongiurare il pericolo-grumi fin dall'inizio. Un uovo. E mescola ancora, in mezzo al vulcanetto fatto con la farina e lo zucchero, fino a che l'uovo sarà denso denso e non più mescolabile. E ora ci va il latte, piano piano, sempre in mezzo al vulcanetto. Fino a che il composto non è bello omogeneo e vellutato.
Poi si cuoce, a fuoco bassissimo. Mentre la Lara lecca la terrina con le dita. Ma questo non fa parte della ricetta, confesso. Anzi, invece di leccare la terrina con le dita, dovrei stare attenta a non far attaccare la crema al pentolino, che mi càpita un po' troppo spesso per essere una brava cuoca.. Cos'altro? Ah, bisogna mescolare sempre nello stesso verso. Non so perché: non sono abituata a mettere in discussione quello che mi dice mia nonna in cucina. Si fa così, e basta.
Quando la crema è bella addensata, e comincia a fare gli occhietti della bollitura, si lascia lì sul fuoco per altri tre minuti, e si spiatta in un contenitore di porcellana, facendo uno strato di circa tre centimetri.
E' necessario resistere alla tentazione di mangiare la crema calda, perché ha un forte potere... ehm... va beh, ci siamo capiti.
Quando la crema si è raffreddata, la si taglia a dadini, e i dadini si passano nella farina, nell'uovo e nel pan grattato. Poi si friggono, allegramente.
La crema fritta è una parte fondamentale del "fritto all'emiliana" (non date retta ai millantatori che lo chiamano "fritto alla bolognese", perché è basso campanilismo, del tutto immotivato), che si accompagna benissimo alla carne, i bolliti in particolare.
Si accompagna benissimo anche ad una bella serata bolognese prima dell'annuale raduno di rugby.it.. ma questa è un'altra storia ed, ora come ora, proprio non mi vengono le parole per raccontarla.
Ci vorrà qualche giorno.
Con un altro piatto d'accompagnamento..

16 giugno, 2008

NON SARA' MICA UN PROBLEMA?



Il miglior risveglio di sempre..
Sei lì, in pace con la vita, l'universo e tutto quanto, presa solo dalla meraviglia per la fortuna sfacciata che hai avuto, a capitare con una persona così incredibilmente giusta per te, la perfezione in una tenda piantata a mille anni luce dalla terra. E non importa se intorno ci sono persone che parlano, ridono, schiamazzano, "Chiamate i Carabinieri!", e la Cannavaro con le caraffe di vino, e gli inglesi, i Monaci (nel senso di Monaco di Baviera), e bevilabevilabevila-tuttad'unfià!, e il freddo di una metà giugno molto anomala, e questa pioggia che non smette di scendere incessantemente... "Lara...", sottovoce, dopo un volo lontano lontano, e un addormentarsi dolce come un letargo tra le braccia più amate del mondo.
La mattina si insinua lentamente nel bozzolo caldo di questo miracolo appena nato.
E come si dice: la fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo.
Avevo messo il telefono silenzioso, perché nulla turbasse i nostri sogni, ma sul telefono rimaneva la traccia di innumerevoli chiamate, già a partire dalle due di notte. Agghiacciante.. Mi metto in contatto con l'ultimo numero della lista, a caso. Non so neppure chi fosse: un vicino di casa, il papà, Luca... Non me lo ricordo, ecchissenefrega.
Durante la notte, l'innocuo torrente Fossa (un rigagnolo, un rio piccolo piccolo, a cui non è stato neppure la parvenza di un nome serio) si è preso la sua rivincita: durante la notte ha sfondato l'argine di contenimento ed ha inondato di fango mezzo Spezzano.
In questo mezzo Spezzano è compreso anche il mio studio, sommerso da una colata marrone alta due palmi.
Cerco di mettere a fuoco la situazione.
Da una parte ho:
- il mio uomo sdraiato (che mi guarda allarmato da sopra il cuscino, e non capisce, ma vede solo il terrore nei miei occhi!).
- le mie bimbe, la squadra, che durante la mattinata dovranno affrontare, per la prima volta sulla sabbia, avversari conosciuti (la Benetton, le Fighters..) e straniere sconosciute (una squadra di vitelle scozzesi incontrate il pomeriggio prima, nella quale io sarei stata la nanerottola del gruppo).
- un fine settimana sul mare di Bibione.
- il fratello del mio uomo, che viene apposta dall'altra parte del mondo per potermi conoscere.
- festa sulla spiaggia, ettolitri di Spritz e birra.
Dall'altra parte, invece, ho:
- tutto il lavoro di quattro anni di onesta libera professione sotto due palmi di fango.
Formulo nel cervello la più brutta imprecazione che riesco a mettere insieme dopo trent'anni di esperienza: mi sento come Benigni in "Berlinguer, ti voglio bene", mentre torna a casa dopo che gli hanno detto che la sua mamma era morta.
Ennio mi lascia una sua maglietta come portafortuna. Raccolgo borsone e carabattole dalla tenda, raccomando le bimbe alla Jennifer e ad Alex, giro la macchina e punto verso il piano padano inondato di fango, per fare 300 chilometri alla velocità della luce.
La prima reazione, entrata nel cuore del disastro dello studio, è razionale e consapevole: mi siedo su una poltrona della sala d'aspetto, e piango.
Poi mi tiro via le scarpe, lego i capelli a coda di cavallo, e comincio a spalare chili e chili di fango.
Sui muri, sui fascicoli, sulle prese di corrente, sul computer portatile.
Il fango si è insinuato in ogni interstizio, e già comincia ad indurursi. Non finisce mai. E più se ne toglie, più esce da ogni dove.
Quattro ore.
Quattro ore di lavoro matto e disperato.
E mi torno a sedere sulla poltrona di prima.
Il campo di battaglia è sgombero, le pratiche sono stese sui fili come biancheria dopo un bucato.
E' presto per fare la conta dei danni. E il cielo non accenna a schiarire.
Lavo via il fango dalle mani, da sotto le unghie.
Giro la macchina dall'altra parte, e mi accingo a fare a ritroso di nuovo quei 300 chilometri: c'è un uomo che mi aspetta (e anche suo fratello) e ci sono delle partite da giocare.
Mi attacco al telefono per sentire la cronaca della giornata: le Foxies cedono il passo alle Red Panthers, alle Fighters ed alle inglesi.. Coraggio, bimbe: sto arrivando.
Entro nell'arena del beach rugby di corsa. Mi spoglio davanti a duecento rugbysti che ululano, ma non me ne frega niente: ho una maglia da indossare e un paradenti nero in una tasca della minigonna.
Giochiamo l'ultima partita della giornata contro l'Asti. Che bello essere qui, in cerchio, con le mie bimbe, ancora trafelata per la corsa dal parcheggio, ed Ennio che cerca di raccogliere la mia roba che ho sparpagliato lungo il tragitto.
Mi sento come il fiume che è straripato a Spezzano: tutta la rabbia raccolta dalla mattina, insieme a tutte le sbadilate di fango, si riversano in questa ultima partita della giornata.
E gli argini cedono: quattro mete.. Inarrestabile. Mi tolgo anche la soddisfazione di volare in tuffo oltre la linea di meta, ed atterrare in paradiso di pancia.
La serata è placida, dopo la tempesta.
Ennio mi raccoglie dal casino della discoteca, e mi porta sull'ultimo lettino della spiaggia prima delle onde, a guardare la luna. Gli echi dei battiti danzerecci arrivano attutiti, e di nuovo ci godiamo il piacere di ritrovarci da soli.
Mi porto a casa anche questa trovata, così semplice e geniale: il disco di pasta della pizza è riempito con mozzarella, funghi e ricotta. Lo si arrotola come un giornale, avendo cura di sigillare i bordi onde evitare fuoriuscite indesiderate di fang... pardon, ripieno. Infornata come una pizza, a cottura ultimata la si adagia su un lettino di rucola, ricoprendo con una copertina di prosciutto crudo. Molto estiva e sfiziosa. Tenendo conto anche del rilevante fatto che ce la mangiamo in compagnia delle rondini: hanno nidificato sotto il tendone del ristorante, ci svolazzano sulle teste, e si appoggiano sulle pale spente dei ventilatori, per curiosare quello che abbiamo nel piatto.
Il resto è storia: le Foxies conquistano il loro primo podio, con il terzo posto assoluto della tappa di beach rugby, mettendo a segno anche una vittoria gloriosa contro la squadra scozzese, nella finale per il terzo e quarto posto.
Gli ultimi 300 chilometri per tornare a casa sono fatti ad inerzia: braccia intorpidite e sabbia nelle orecchie. Testa lasciata a Bibione, negli occhi azzurri di un uomo di rugby che mi ha preso il cuore.

12 giugno, 2008

SEPARARE



Non sono mai riuscita a separare bene l'albume e il tuorlo dell'uovo.
Lo confesso.
Per lo zabaione, in cui è importantissimo che non trapeli neppure un po' di bianco. Perché si sente, nonostante lo zucchero tenda a coprire un po' il misfatto: sbattere il tutto furiosamente, fino a che la spuma gialla schiarisca, non serve quasi a nulla.
Il marchio della vergogna della cuoca rimarrà indelebile alle papille.
Separare le altre persone è facile.
Arriva in studio una piccola donna che tortura nervosamente la tracolla della borsa. Una piccola donna che si è pettinata con cura, prima di venire dall'avvocato. Una piccola donna che non sa dove cominciare: come si fa a parlare ad una perfetta estranea del dolore di un matrimonio finito?
E con il passare dei minuti, la tracolla della borsa è attorcigliata come un serpente. L'imbarazzo trascolora in rabbia trattenuta per troppo tempo. La piccola donna vorrebbe essere davanti al suo futuro ex marito per dirgliene (o dargliene) quattro.
Le separazioni, invece, diventano più problematiche quanto più vicino arrivano a toccarci.
Ieri sera il trillo del telefono mi fa fare la conoscenza con il figlio del mio ex marito: una foto, fuori fuoco, e tra le braccia di quell'uomo c'è un uomo piccolissimo, con gli occhi chiusi, tutto infagottato nel suo corpo nuovo nuovo, con cui dovrà fare conoscenza e con cui dovrà vivere tutta una vita.
Il corpo dell'uomo grande sembra la custodia del corpo piccolo piccolo. Vengono uno dall'altro, come tuorlo e albume. E un giorno si separeranno, quando quelle gambe riusciranno a camminare lontano da sole.
Cancello la foto sul telefono, consapevole di quanto la mia separazione sia diventata veramente siderale.
Per quanto dolorosa appaia sul momento, la separazione generalmente è un bene: guai alle persone che dovrebbero essere unite, e invece sono separate senza saperlo. Pur vivendo nella stessa tana, pur dormendo tra le stesse lenzuola. E mi vien da abbracciare questa ragazza solare e bellissima, ferita nei propri sentimenti da un uomo che l'ha illusa, e non la merita. Non la conosco, non so la sua storia. Ma l'ho bersagliata di uno dei miei slanci istintivi di affetto, e credo di non aver lasciato cadere un bel gesto nel vuoto.
E c'è quest'altra separazione, con cui ho a che fare.
Una separazione fisica, non voluta. Una lontananza di luoghi che, in alcuni momenti, diventa dolorosa, per la voglia di una persona. Di averla vicino, di toccarla, di sapere che non è tutto un sogno, ma che sta succedendo davvero.
Quanto poco basta per essere felici! Quanto poco basta per insinuare un dubbio o una paura! Quando gli occhi non si specchiano a vicenda, e bisogna interpretare, immaginare, ipotizzare.
Una separazione tutta tesa al prossimo ritrovarsi. Una separazione che non è una separazione: è una sospensione accidentale della fusione tra due vite.

09 giugno, 2008

GNOCCO STRAPPATO



In buon italiano si dovrebbe dire LO gnocco.
Ma se qualcuno dice LO gnocco, e non il gnocco, vuol dire che quel qualcuno non è modenese.
Il gnocco fritto è il pasto dei contadini.
Si alzavano molto presto, un tempo. Alle quattro di mattina, per governare il bestiame e per il lavoro sui campi, con le pendenze clementi dell'Appennino Modenese. L'erba dei prati ancora madida di guazza notturna, o le rade sterpi cristallizzate di ghiaccio scintillante. Scarponi sformati. Lunghe falci da ripassare con una pietra riposta nella cintura, per essere affilate. Cappelli di paglia da cui scendeva copioso un sudore acre di fatica.
Alla mattina alle sette, quando il sole cominciava a scaldare la terra, già erano trascorse dure ore di lavoro: quelle più produttive, perché graziate dal caldo, dagli insetti e dall'umidità feroce che sale dalla pianura padana. Era allora che si faceva colazione: ceste di gnocco fritto, portate dalle donne. La pasta del gnocco viene tirata con il mattarello, in larghi lenzuoli di sfoglia. Tagliata a rombi con una rondella frastagliata, che lascia il bordo del lembo a zig zag. Tuffati i pezzi di gnocco nell'olio bollente, o nello strutto, si gonfiano come palloncini, e vanno girati rapidamente, con un cucchiaione di legno, perché in un intervallo molto breve il gnocco si può bruciare. Bello il momento in cui la pasta esplode in tutta la sua pienezza.
Buono il gnocco caldo dopo. Con i salumi. O con la marmellata di amarene.
Ora il gnocco non si mangia più nei campi. Ma i pochi bar di Modena che alla mattina friggono gnocco e lo servono caldo per colazione sono sempre stipati di gente in fila, pronti a prendere l'ultimo pezzo di gnocco ancora bollente.
Mi piace osservare il viso di chi mangia gnocco per la prima volta, venendo fuori da Modena.
Il viso in questione, poi, mi era particolarmente caro. E mi sono saziata di riflesso del gusto con cui pescava a piene mani nei ciccioli, nel lardo, nel salame morbido e profumato.
Pioggia battente, in stazione a Bologna. Ho con me un ombrello largo, che possa tenere tutti e due coperti. Scende per ultimo dal treno, proprio dal portello in cui mi ero fermata per aspettarlo, con la maglia degli Springboks e gli occhi luminosi.
Nell'attimo in cui mi lancio verso di lui per abbracciarlo e baciarlo, un mariuolo ne approfitta per fregare l'ombrello: c'è sempre qualcuno disposto ad approfittarsi della felicità altrui.
Ma chi se ne frega: a questo punto posso anche permettermi di passare tutti i semafori di Bologna col rosso. Sono felice, sono un fiume di parole in piena, mentre l'emozione appanna dal di dentro i vetri della macchina.
Ho un vestito carino. Ho i tacchi alti. Volevo essere bellissima per lui.
E il tempo va un po' a farsi benedire. Si ripete quella stortura, già avvertita fin dalle prime volte in cui stavamo insieme, per cui molte ore si condensano in cinque minuti.
Domenica ho ricevuto un ulteriore regalo della vita, l'ultimo in ordine di tempo.
L'emozione unica di giocare una partita insieme con il mio uomo.
Mentre le altre ragazze il loro uomo lo avevano di fronte (era lo scontro interno tutto formiginese tra le Foxy Ladies e la Serie C maschile), pilone contro pilona, mediano contro mediana, io lo avevo al mio fianco. Con il batticuore tutte le volte che andava ad impattare. Con la percezione fisica della sua rabbia tutte le volte che gli avversari impattavano me.
Alla fine della partita ci siamo ritrovati distesi sull'erba, a bordo campo. Io gli bagnavo i polsi e le tempie con acqua fresca. Senza parlare. Io tutta scarmigliata e rossa in viso. Lui in un bagno di sudore. Ma me lo sentivo troppo nostro, quel momento. Siamo andati insieme verso gli spogliatoi, ed era mezzo un abbraccio e mezzo un allacciamento di ingaggio, non si capiva tanto bene.
Quando il treno è ripartito, la sera stessa, verso il profondo nord, sono rimasta sul binario a guardare l'ultimo vagone sparire alla mia vista. Tanto belli i treni quando arrivano, tanto brutti quando si allontanano. Banale? Forse.
Ho abbassato la visiera del cappellino del Galles, mi sono messa le mani in tasca e sono andata a rifugiarmi nell'abbraccio rassicurante dell'Olga.