Informazioni personali

La mia foto
Spezzano, Modena, Italy
Inguaribilmente energetica, e contagiosa.

04 marzo, 2010

ODE AL RADICCHIO



In tavola, la primavera si annuncia così: con ampie ciotole ricolme di radicchi succulenti ed amarognoli.
Conditi con aceto balsamico mescolato a dolce saba, e con le uova sode tutte dentro, spezzettate ed abbondanti.

Io passo un periodo in cui mangerei solo questo, a colazione, pranzo e cena.

Forse perché non li raccolgo io, i radicchi. Vedo mia nonna, nei prati sotto casa, china ed armata di un coltello da cucina e una sporta già rigonfia della refurtiva. Io arrivo a predare alla fine della caccia, quando ormai sono già stati tolti anche i rimasugli di terra dal bordo della radice.
Lo so, mi tolgo tutto il piacere di godere del frutto del proprio lavoro, ma tutto sommato è una gioia che riservo volentieri ad altri.

Il radicchio, in realtà, è poi il tarassaco. Pianta meravigliosa, che se fosse un animale sarebbe sicuramente il porco. Visto che non si butta via niente.

Prima di tutto, per il soffione.. Il gioco più bello da fare da piccoli: sbuffare forte su queste nuvolette bianche sferiche, per spargere i semini a paracadute.

Poi i fiori gialli, belli da vedere perché dopo tanto grigio e nebbia, i campi si coprono di un verde nuovo e brillante, punteggiato dal giallo vivo dei fiori. Fa bene agli occhi, vedere ancora tutto questo colore, dopo un inverno che non finiva più.

E ancora, il gambo: spezzare a metà il gambo faceva uscire il latte sui bordi. Amarissimo; ma il bello era che se riuscivi a togliere una piccola parte del bordo, lo arrotolavi un po' all'insù e soffiavi dall'altra parte, il gambo del tarassaco suonava come una trombetta.

La radice del tarassaco, seccata, abbrustolita e polverizzata, è usata come surrogato del caffè.
Le foglie possono anche essere essiccate: l'infuso di tarassaco funziona benissimo come disintossicante, e per rendere la pelle fresca e luminosa.
Ha ottime proprietà di protezione per il fegato (anche se, a dire il vero, gli effetti benefici sono spesso annullati dalla quantità spropositata di uova sode che si consumano contemporaneamente all'insalata), e stimola l'attività dei reni: da qui il nome volgare con cui è conosciuto dai più, "piscialetto".
I petali dei fiori sono usati come base per le marmellate.
Tutte le parti della pianta, invece, si possono usare per preparare amari, bevande, aperitivi, e anche la birra!

L'inconfondibile sapore amaro stimola l'appetito; e pare che il tarassaco funzioni anche come blando lassativo, e un buon calmante per le infiammazioni emorroidali.

Io amo i radicchi.
In maniera spropositata.
La leggenda vuole che mia madre, in gravidanza, avesse forti voglie di aceto balsamico, e che di conseguenza, mangiasse in abbondanza radicchi e uova sode.
Io sono nata in giugno. I radicchi cominciano a spuntare a marzo, per raggiungere il culmine della crescita in aprile.
Quindi, ciò significa che ho fatto in tempo a mangiarne moltissimi, ancora prima di nascere.
Si vede che avevo già le idee piuttosto chiare, sui miei gusti..

09 febbraio, 2010

SCARPETTA

 
La mia scarpetta è rimasta al campo.
Mannaggia.
Dopo aver girato tanto per trovare quella giusta, dopo aver corso tanto per uniformarne la sagoma al profilo esatto del piede.
Una forbice ha tagliato i lacci, e due mani caute l'hanno sfilata con delicatezza.
Una specie di Cenerentola al contrario.
E le stesse forbici hanno tagliato anche le calze. E la tuta aderente sporca di terra.
Sotto, il disastro.
La mia scarpetta giace dimenticata, vista l'urgenza di tutto il resto.
C'è stato un universo, in mezzo.
La corsa in ospedale, con l'infermiere che, girato di spalle, non vede il palo della luce del campo, e lo centra con la barella, irradiando il dolore dalla caviglia per tutto il corpo.
E' quell'urto che dissipa la nebbia: da quando ho percepito il crocco con l'orecchio, non ho sentito male. Ho sentito me stessa urlare, come una sirena d'allarme, continua, ma il suono non è arrivato come avrebbe dovuto: era come se udissi me stessa urlare in un'altra stanza.
Ho visto tutti i visi, ma non riuscivo a mettere i nomi al loro posto.
Mi mancavano i collegamenti in testa. Oltre ai collegamenti del piede, piegato in maniera così innaturale. Tutto è ripartito dopo, in differita. Dopo che il piede era già sparito sotto l'imbottitura d'emergenza, e il gesso.
Ho rivisto la mia caviglia solo prima dell'operazione, ed avevo già in corpo l'effetto spaesante del primo tranquillante che danno un attimo prima dell'anestesia: di nuovo quella sensazione così strana, di vedermi addosso qualcosa che non mi appartiene. Sembrava la custodia del mio vero piede, tanto era grande, livida e deforme.
E le spennellate giallastre di disinfettante, con le mie anche che, per colpa dell'epidurale, non capivano più con che angolazione erano piegate.
Ho visto l'operazione in televisione, con lo schermo girato amorevolmente verso di me dall'infermiera, i colori virati in bianco e nero come nelle scene troppo truculente di Kill Bill. Mi accorgevo di perdere sangue solo perché ogni tanto passava un dottore coi guanti sporchi di rosso.
Il Professore ascoltava la radio, durante l'operazione.
E' partita "Alive & Kicking" dei Simple Minds. Io scherzavo con lui, dalla mia parte del lenzuolo: "Difino, l'hai messa per me, questa?". E ridevo. E lui: "Stai ferma, che ti sto operando!...".
E così in queste giornate ho dovuto, di nuovo, aspettare che qualcuno cucinasse per me.
Stavolta è toccato ad Adriano, il fratello di Ennio.
Si prendono dei petti di pollo, e si ammollano bene bene con il batticarne.
E' consolante sentire quei bei tonfi sul tagliere, dal calduccio del pumone sul divano.
Si salano e si passano sulla farina.
Da rosolare nell'olio bollente. Una volta che saranno dorati, l'olio va tirato via dalla padella, e si scioglie una nocetta di burro. Poi, alla fine, si aggiunge il marsala, da sfumare.
Questo intingolo è paradisiaco per la scarpetta.
Non la mia, dimenticata senza lacci in un angolo dello spogliatoio.
Una scarpetta ben più allegra, a colpi di stampella sul dorso delle mani, se ti azzardi a prenderne un po' dal mio piatto..

05 febbraio, 2010

COME SEI VERAMENTE


Molti pomeriggi della mia prima adolescenza erano quelli delle lezioni di pianoforte.
Il Maestro aveva un nome, anzi, un cognome molto importante. Stampigliato su diversi attestati e riconoscimenti, bene allineati alla parete di spalle al pianoforte.
Ma tutti lo chiamavano Maestro: era Maestro per il ragazzo pallido che raccoglieva gli spartiti e mi lasciava il posto caldo sullo scranno. Era Maestro per la moglie dalla messa in piega vaporosa, che non apprezzava la musica. Eppure lei aveva sposato musica, e respirava musica.
Il Maestro segnava su un quaderno le cose da fare: studio n. 12, pezzo staccato n. 32. Linea netta a metà della paginetta. Ogni lezione, una mezza paginetta di annotazioni, con tanto di commenti anche corrosivi: mi ricordo di un rabbioso "bestiaccia" scarabocchiato sotto una sonata di Clementi.
La lezione cominciava con le scale, per scaldare le dita. Mani sollevate sullo Steinway & Sons, e il timore che viene dall'insicurezza. Una volta partita su quelle quattro ottave insidiose di tasti neri e tasti bianchi, non si poteva più tornare indietro.
Do maggiore. La minore. Fa maggiore. Re minore.
Ogni insicurezza, che causava uno sbavatura tra mano destra e mano sinistra, approfondiva le rughe sul viso del Maestro. E si aspettava la tempesta, perché ogni errore generava tensione, e la tensione è nemica acerrima delle scale. E della musica.
Pomeriggi interi a casa, con il panno di feltro ad attutire i suoni tra martelletto e corde, per non disturbare i vicini. Per arrivare al pomeriggio della lezione, a corde spiegate, invece. Con quel pianoforte aperto come un'ala, ad amplificare ogni incertezza.
E miracolosamente, ogni tanto, i momenti di purezza: quando dimenticavo di avere a fianco il Maestro. Quando sparivano alla vista le scritte sopra e sotto il pentagramma. Piano. Allegro assai. Lo sapevo già. Nella mia testa e nelle mie dita. Il piacere era così forte da arrivare diretto sulle guance. Le dita volavano anche senza guardare le note. O meglio: la nota arrivava subito alle dita, sui tasti, senza passare dagli occhi.
Il silenzio dopo l'ultimo eco del riverbero.
Il Maestro che non commentava mai, quando la musica andava al posto giusto.
E ricordo ancora nitido quel pomeriggio.
Mio padre non arrivava ancora per riportarmi a casa.
Nessuno alla lezione seguente.
Il Maestro stava solo sullo scranno, mentre io bevevo il té che mi aveva portato sollecita la moglie dalla messa in piega vaporosa.
Il Maestro inizia a suonare.
Subito sono note sommesse.
Dolci come passi di danza.
Poi si allargano sulla tastiera. Poi sono note dolorose, impetuose, imponenti sui tasti bassi battuti dalla foga. Poi ripiegano su se stesse. Fino a che l'ultima nota si perde fuori dall'ala dello Steinway.
Il Maestro si gira.
"Ma che fai? Piangi?"
Non me ne ero neanche accorta.
Il preludio n. 17 dell'opera 28 di Chopin.
Appena arrivata a casa ho comprato lo spartito.
Non riuscirò mai a suonarlo.
Ora che ho le dita piegate dalle insaccature. Ora che non riesco più a suonare una sola nota in pubblico, per la vergogna, per timore, pudore.. Non so.
So solo che anche adesso piango, tutte le volte che lo ascolto.