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Spezzano, Modena, Italy
Inguaribilmente energetica, e contagiosa.

02 dicembre, 2010

D'INVERNO IL SOLE STANCO A LETTO PRESTO SE NE VA

Sono già stivate tutte le scorte di legna, aggrappate al muro della stalla. E si sfaldano giorno per giorno, un secchio alla volta, per alimentare il fuoco del camino al piano di sopra.
Freddi i panni a contatto della pelle, quando siedo sulla panchina dello spogliatoio, e mi chiedo chi me lo fa fare. Quando le maglie non bastano mai. Quando le dita doloranti battono contro i bordi delle scarpe dure, e duro è il terreno ghiacciato sotto i tacchetti.
Zack guarda implorante, tremando tra le scapole e soffiando piccole nuvolette dalle nari: "Fammi entrare, ti prego". I piccoli cristalli scintillano sul bordo della finestra, e piccoli coni di luce e ghiaccio appesi alle grondaie.
Nel buio della notte, un brivido fa galleggiare un momento di veglia, e sento il naso freddo, e sento respirare tranquillo un abbraccio caldo proprio qui a fianco. Torno nel sonno, torno nel buio, affondando il naso in quell'odore buono e in quel respiro così pacato.
Ci vuole proprio qualcosa di caldo.
Una bella pentolata di fagioli, lasciati a bagno almento 12 ore.
Un po' di brodo vegetale, con una cipolla, due patate e un pezzo di sedano.
In una padella si prepara un soffrittino con aglio e prezzemolo, da lasciare lì finché non diventano amici. Poi due cucchiai di concentrato di pomodoro, e si aggiugono i fagioli, che vanno fatti cuocere insieme a due mestolate di brodo. Quando il brodo è tutto assorbito, se ne aggiunge un'altra mestolata.
Quando i fagioli sono cotti a sufficienza, se ne tirano via un paio di manciate, e il resto va passato con un passaverdura. Cotta la pasta (maltagliati, preferibilmente) a parte, a metà cottura si unisce al passato di fagioli e a quelli ancora interi.
Un filo d'olio crudo quando la pasta e fagioli è già nel piatto.
O dei crostini.
Il vapore che sale dal piatto riempie il cuore.
Tira via tutto il freddo di questi giorni, di quegli occhi che guardano dietro al fango, dei pantaloni bagnati appiccicati alla pelle, dell'eterno rincorrersi delle stagioni che se ne fregano altamente dei nostri brividi di freddo e delle vampate che scaldano il cuore.

13 ottobre, 2010

LA NOSTRA VITA E' QUELLO CHE I NOSTRI PENSIERI VANNO CREANDO


Fare colazione all'Althea è il lusso a portata di mano per tutti gli spezzanesi.
Non è un caffè al volo, preso al bancone bruciandosi la lingua, l'eurino sul bancone e via, verso la vera distinazione della mattinata.
L'Althea E' la destinazione della mattinata.
Ci si va alla domenica mattina, quando si ha molto tempo a disposizione.
Ci si siede al tavolino.
Si passano in rassegna pensierosa tutte le prelibatezze dietro al vetro lungo come un sogno: bignè tronfi di piacere, cannoli fragranti, svedesi che sembrano laghetti alpini di crema, fragole scintillanti, cascate di granelle di cioccolato..
Poi si decide, a malincuore, di prenderne solo due o tre.
O si imbastiscono da portare a casa vassoi grandi come campi da rugby, avvolti amorevolmente e infiocchettati con i nastri dei regali delle grandi occasioni.
Sa di altri tempi, quella carta velina. Con i caratteri dorati e svolazzanti di quella "A" inconfondibile.
Ci sono le bustine di zucchero a forma di cuore, all'Althea.. ma vi rendete conto?
E poi c'era lui.
Usciva fuori dalla sua fucina privata, là dietro al bancone, per salutare la gente. Per sedersi ai tavolini. Con la marsina bianca ed il cappello da pasticciere, che portato da lui somigliava un po' ad un cilindro da gran sera. Guascone.
Pizzetto nero sorridente, una grande gioia di essere lì, il piacere di vedere il piacere sul volto degli altri. Ad ogni morso di torta. Ad ogni sorso di prosecco.
Guai ad ordinare un caffè decaffeinato. O un caffè al ginseng.
Lui avrebbe tossicchiato discretamente, prima di consigliare (ma per il tuo bene, eh, sia ben chiaro!) di non prendere quella robaccia chimica. Che il decaffeinato alza il livello di colesterolo cattivo; mentre, invece, il caffè classico è un elisir di lunga vita!
Se non hai problemi al cuore, ovviamente.
E che dire del caffè al ginseng? Robaccia: dentro le cialde ci mettono la roba chimica, e ti si attacca tutto quanto alle pareti dello stomaco.
Poi, vuoi mettere con la bontà di quel caffè?
Preciso.
Come dovrebbe essere ogni caffè, non solo quello della domenica.
Era bello, che ci fosse lui.
Però adesso non c'è più.
Grazie per tutto quanto, comunque.
Non prenderò più un caffè decaffeinato in tutta la mia vita, promesso.

31 agosto, 2010

NON SENTI CHE TREMO MENTRE CANTO


 
L'estate, per noi bambini, era un mare di tempo che si stagliava immenso dopo la scuola.
Erano piedi scalzi, sull'erba.
Erano giornate intere passate nei boschi, sapendo solo che bisognava rincasare prima del tramonto.
E il tramonto arrivava ben dopo l'orario in cui, normalmente, eravamo già coricati a letto.
Erano tavoli apparecchiati nel cortile, dove i grandi giocavano a carte e bevevano bottiglie di vino rosso senza etichetta.
Era la strada fatta orgogliosamente da sola, per andare a comprare il pane.
Mia nonna era con me durante tutta l'estate, e tutto l'inverno.
Tanto che, ogni tanto, mi scappava di chiamarla mamma.
In questi giorni, le ho visto negli occhi lo sguardo di chi se ne sta andando.
Non è una partenza di sofferenza.
Non c'è dolore, o rabbia, o ripensamento.

E' lo sguardo della bimba che guarda l'estate.

Ride sempre, adesso, mia nonna.
E chiede come mai non è ancora tornato a casa il nonno Ivo.
Ha vissuto 85 anni, una grande guerra, la fame, il boom delle ceramiche ai piedi del piano padano. Ha visto passare una monarchia e tre repubbliche.
Qualche papa, ai quali è sempre stata altrettanto devota, senza fare distinzioni tra crucchi e polacchi.
Era lì quando è nato il rock 'n' roll. E' diventata madre, nonna e bisnonna.
Ha pregato per i peccati di tutti noi.
E mi ha insegnato a cucinare.
L'altro giorno le ho dato i fichi che abbiamo raccolto sotto casa mia.
Ne è ghiottissima.
Li volevo preparare con l'aceto balsamico, o col caramello.
Ma vuoi mettere la soddisfazione di vederla di nuovo ridere, come se le avessi fatto il più bel regalo del mondo?

Bisogna tagliare i fichi a metà, e metterli in una padella bassa e larga. Vanno coperti con lo zucchero, annaffiati con uno spruzzo di rum e una spoverata di cannella.
Dopo 4 o 5 ore di riposo, i fichi avranno macerato un po' col rum, e avranno fatto uno sciroppo denso e appiccicoso. Ed è così che vanno cotti. Due ore a fuoco bassissimo, senza mescolare se no i fichi si sfrappolano, ma soltanto muovendo la padella per il manico.
Alla fine, si rovescia il contenuto nei vasetti di vetro precedentemente sterilizzati, si chiude il tutto e si capovolge, come per fare la marmellata.

Anche la nonna mi aveva offerto fichi, quando la ero andata a trovare qualche settimana prima.
Lo zio l'aveva sgridata: "T'ho detto un sacco di volte di non mangiarli quei fichi! La pianta è troppo vicina al capanno del vicino, che ci ha messo l'eternit sul tetto. Non lo sai mica che l'eternit fa venire i tumori?". E lei, seria seria: "Se, mò quant teimp ag vòl, prema ed murir per l'eternit?".. E lo zio: "Maaaa.. il tumore ha un'incubazione di circa 15 anni".
La nonna, allora, mangia un altro fico e sorride: "E alòra,'sa m'in frega a me?"..