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Spezzano, Modena, Italy
Inguaribilmente energetica, e contagiosa.

13 ottobre, 2010

LA NOSTRA VITA E' QUELLO CHE I NOSTRI PENSIERI VANNO CREANDO


Fare colazione all'Althea è il lusso a portata di mano per tutti gli spezzanesi.
Non è un caffè al volo, preso al bancone bruciandosi la lingua, l'eurino sul bancone e via, verso la vera distinazione della mattinata.
L'Althea E' la destinazione della mattinata.
Ci si va alla domenica mattina, quando si ha molto tempo a disposizione.
Ci si siede al tavolino.
Si passano in rassegna pensierosa tutte le prelibatezze dietro al vetro lungo come un sogno: bignè tronfi di piacere, cannoli fragranti, svedesi che sembrano laghetti alpini di crema, fragole scintillanti, cascate di granelle di cioccolato..
Poi si decide, a malincuore, di prenderne solo due o tre.
O si imbastiscono da portare a casa vassoi grandi come campi da rugby, avvolti amorevolmente e infiocchettati con i nastri dei regali delle grandi occasioni.
Sa di altri tempi, quella carta velina. Con i caratteri dorati e svolazzanti di quella "A" inconfondibile.
Ci sono le bustine di zucchero a forma di cuore, all'Althea.. ma vi rendete conto?
E poi c'era lui.
Usciva fuori dalla sua fucina privata, là dietro al bancone, per salutare la gente. Per sedersi ai tavolini. Con la marsina bianca ed il cappello da pasticciere, che portato da lui somigliava un po' ad un cilindro da gran sera. Guascone.
Pizzetto nero sorridente, una grande gioia di essere lì, il piacere di vedere il piacere sul volto degli altri. Ad ogni morso di torta. Ad ogni sorso di prosecco.
Guai ad ordinare un caffè decaffeinato. O un caffè al ginseng.
Lui avrebbe tossicchiato discretamente, prima di consigliare (ma per il tuo bene, eh, sia ben chiaro!) di non prendere quella robaccia chimica. Che il decaffeinato alza il livello di colesterolo cattivo; mentre, invece, il caffè classico è un elisir di lunga vita!
Se non hai problemi al cuore, ovviamente.
E che dire del caffè al ginseng? Robaccia: dentro le cialde ci mettono la roba chimica, e ti si attacca tutto quanto alle pareti dello stomaco.
Poi, vuoi mettere con la bontà di quel caffè?
Preciso.
Come dovrebbe essere ogni caffè, non solo quello della domenica.
Era bello, che ci fosse lui.
Però adesso non c'è più.
Grazie per tutto quanto, comunque.
Non prenderò più un caffè decaffeinato in tutta la mia vita, promesso.

31 agosto, 2010

NON SENTI CHE TREMO MENTRE CANTO


 
L'estate, per noi bambini, era un mare di tempo che si stagliava immenso dopo la scuola.
Erano piedi scalzi, sull'erba.
Erano giornate intere passate nei boschi, sapendo solo che bisognava rincasare prima del tramonto.
E il tramonto arrivava ben dopo l'orario in cui, normalmente, eravamo già coricati a letto.
Erano tavoli apparecchiati nel cortile, dove i grandi giocavano a carte e bevevano bottiglie di vino rosso senza etichetta.
Era la strada fatta orgogliosamente da sola, per andare a comprare il pane.
Mia nonna era con me durante tutta l'estate, e tutto l'inverno.
Tanto che, ogni tanto, mi scappava di chiamarla mamma.
In questi giorni, le ho visto negli occhi lo sguardo di chi se ne sta andando.
Non è una partenza di sofferenza.
Non c'è dolore, o rabbia, o ripensamento.

E' lo sguardo della bimba che guarda l'estate.

Ride sempre, adesso, mia nonna.
E chiede come mai non è ancora tornato a casa il nonno Ivo.
Ha vissuto 85 anni, una grande guerra, la fame, il boom delle ceramiche ai piedi del piano padano. Ha visto passare una monarchia e tre repubbliche.
Qualche papa, ai quali è sempre stata altrettanto devota, senza fare distinzioni tra crucchi e polacchi.
Era lì quando è nato il rock 'n' roll. E' diventata madre, nonna e bisnonna.
Ha pregato per i peccati di tutti noi.
E mi ha insegnato a cucinare.
L'altro giorno le ho dato i fichi che abbiamo raccolto sotto casa mia.
Ne è ghiottissima.
Li volevo preparare con l'aceto balsamico, o col caramello.
Ma vuoi mettere la soddisfazione di vederla di nuovo ridere, come se le avessi fatto il più bel regalo del mondo?

Bisogna tagliare i fichi a metà, e metterli in una padella bassa e larga. Vanno coperti con lo zucchero, annaffiati con uno spruzzo di rum e una spoverata di cannella.
Dopo 4 o 5 ore di riposo, i fichi avranno macerato un po' col rum, e avranno fatto uno sciroppo denso e appiccicoso. Ed è così che vanno cotti. Due ore a fuoco bassissimo, senza mescolare se no i fichi si sfrappolano, ma soltanto muovendo la padella per il manico.
Alla fine, si rovescia il contenuto nei vasetti di vetro precedentemente sterilizzati, si chiude il tutto e si capovolge, come per fare la marmellata.

Anche la nonna mi aveva offerto fichi, quando la ero andata a trovare qualche settimana prima.
Lo zio l'aveva sgridata: "T'ho detto un sacco di volte di non mangiarli quei fichi! La pianta è troppo vicina al capanno del vicino, che ci ha messo l'eternit sul tetto. Non lo sai mica che l'eternit fa venire i tumori?". E lei, seria seria: "Se, mò quant teimp ag vòl, prema ed murir per l'eternit?".. E lo zio: "Maaaa.. il tumore ha un'incubazione di circa 15 anni".
La nonna, allora, mangia un altro fico e sorride: "E alòra,'sa m'in frega a me?"..



19 luglio, 2010

GIOIA E RIVOLUZIONE

L'aria non si muove.
Gira il ventilatore, ma è solo un ronzio indistinto perso in un mare di cicale.
Non si muovono i cani, stesi con la pancia sulle piastrelle, per riuscire ad avere la sensazione di un po' di fresco.
Rotolano le gocce sul dorso della bottiglia di birra.
La panzanella in una grande ciotola azzurra in mezzo alla tavola.
Il pane duro va tagliato a rondelle, o dadini. Bagnato con acqua per ammorbidirlo. E mescolato con i sapori stessi della verdura di stagione: pomodori, soprattutto, ma anche cipolla, e cetriolo. Olio sale e basilico, a completare un piatto povero: ma è forse l'unica cosa che vale la pena di essere mangiata con questo caldo torrido e impietoso.
"Di cosa non potresti mai fare a meno?"
Ti guardo, mentre mentalmente sottrai tutto quello di cui non hai bisogno.
Le gambe sono distese verso di te, mollemente adagiate su una sedia.
La stanza risuona di un disco degli Area, che non avevi mai sentito.
Ti avevo appena raccontato di quando sono arrivati in Calvanella ad abitare Pier e l'Elisa, e hanno capito di essere nel posto giusto appena dopo avermi detto che il loro bambino si chiama Demetrio: invece di dire "... come Albertini!" ho detto "... come Stratos!".
E Pier ha sorriso sotto la barba lunga.
Hanno disteso il balcone con le bandiere delle preghiere, e ora il cortile risuona spesso dei loro mantra.
Pier si mette fuori dal balcone, alla sera, sulla sua sedia a dondolo e suona la chitarra.
Io canto con lui, dall'altra parte del corridoio di casa mia, mentre lavo i pavimenti.
E se parte con Redemption Song, mi faccio di corsa tutte le stanze per andare a sentirlo da vicino.
Pier e l'Elisa hanno portato su in Calvanella anche un pianoforte.
Io l'ho avvicinato con timidezza.
Non toccavo i tasti di un pianoforte da molti anni, ormai.
Ed è stato come ritrovare un amico, suonando sgraziatamente il Canto Senza Parole di Mendelssohn.
Pier, l'Elisa, Demetrio e la Rebecca stavano nell'altra stanza, mentre le mie mani riprendevano familiarità con le note. Solo i cani mi hanno seguito e si sono messi sotto di me, accucciolati, per ascoltare cosa stavo combinando.
Quando si sono conosciuti, Pier ha guardato l'Elisa, e le ha affermato subito con certezza che sarebbe stata la madre dei suoi figli. Lei aveva riso, dicendogli che era matto. Ma sono stati insieme: e lei è diventata la madre dei suoi figli, effettivamente.
"Di cosa non potresti mai fare a meno?"
Non ci hai pensato tanto.
Vuol dire che, in realtà, è proprio come dici tu.
Non abbiamo bisogno di tutte queste cose, per essere felici.
Abbiamo bisogno di essere liberi.
E tutto quello che abbiamo, o facciamo, o diciamo, diventa l'espressione della nostra libertà.
E diventa un pallone da rugby, il sapore dei marusticani o del Sangiovese, sollevare la visiera del casco per sentire il vento sul viso.
E un milione di stelle nel cielo finalmente pulito, dopo un fine settimana di caldo tropicale.
La libertà, e l'universo intero, stanno in una lacrima di gioia.