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Spezzano, Modena, Italy
Inguaribilmente energetica, e contagiosa.

20 marzo, 2009

LAMBRUSCO E PISTONI


Cambiano le stagioni, anche in base alla consistenza del campo.


Quest'anno ci è arrivato veramente malconcio, alla primavera, il nostro amatissimo e sudatissimo campo. Sabbia, rulli, generose annaffiate... non si può comunque nascondere ciò che è evidente agli occhi ed al tatto.


Erba, non ve n'è.
Ma ci pensa il buon Sergio, a spargere il fertilizzante: quei grumini bianchi che sembrano inoffensivi, e se invece sfreghi la pelle per terra, scopri essere altamente urticanti e fastidiosissimi.

Il buon Sergio, sigaretta sempre accesa, sempre in bocca, mai tra le dita, impegnate con spago, conetti, badile, motocoltivatore. Il buon Sergio non si dà pace: impreca contro la siccità e contro i tacchetti dei bisonti del campo. Non ha mai giocato a rugby, ma è la persona che passa più tempo sul campo da rugby. Il buon Sergio ormai è vecchio, o almeno, sembra vecchio. Gira su una Cinquecento violetta, tirata come una Ferrari e sempre lucida. Fa un bel contrasto con i suoi abiti da lavoro, logori e perennemente sporchi di terra. Il buon Sergio, quando si gioca, sta defilato da una parte, quasi soffrendo per il fatto che il suo lavoro di una settimana sia vanificato da un'invasione barbarica di qualche ora.


Il buon Sergio viene da noi, e ci dice di fare allenamento dietro l'area di meta. Marco si incazza, e lui si giustifica, che sono ordini del Presidente. Marco si rassegna: "Se l'ha detto il Presidente, allora va bene".


Il buon Sergio. Non l'ho mai visto dare confidenza a nessuno. Eccetto quella volta, dopo un terzo tempo, che doveva proprio aver esagerato col Lambrusco, perché non riusciva a guidare: l'ha accompagnato a casa il Presidente, guidando l'ambitissima Cinquecento violetta.


Il buon Sergio, una volta, mi ha dato il suo biglietto da visita: io ho preso il cartoncino bianco tra le mani, curiosa più che altro per scoprire quale titolo si era assegnato questo personaggio.


E c'era scritto così, oltre al numero di telefono: "Sergio".


11 marzo, 2009

PUTIZZA


 
Dolce tipico triestino, preparato in particolare per le festività pasquali. Il ripieno è simile a quello del presnitz, e la pasta simile a quella della pinza. Simile anche alla gubana delle Valli del Natisone, per il miele e uva passa.
Me ne hanno portate un sacco e una sporta, di putizze, le ragazze di Trieste. E anche birra artigianale, e confettura, e... ussignur. Non riuscitò mai a finire tutto da sola!
La casa era piena di gente in ogni dove. In sala, nelle camere, nel corridoio. I miei vicini devono aver guardato con stupore quel pulmino giallo parcheggiato nel cortile: CUS Trieste..
"Trieste?".
Ma sappiate, cari vicini, che dovete ancora cominciare ad abituarvi alle stranezze di questa ragazza appena trasferita sugli Appennini.
Il mattino è stranamente calmo, per essere l'alba di una giornata di gioco. Tazze di latte, cuscini, il sole scintillante che filtra dalle tapparelle. E quest'aria trasparente, lucida di tanti giorni passati di pioggia.
Prima della partita, però, sale la tensione come sempre.
Passo davanti a tutte quante. E prendo la loro testa tra le mie mani, per sapere se ci sono, se sono lì, se sono con me. Il primo calcio attutisce tutti i rumori fuori dal campo, come sempre. Si sentono le voci delle Foxy. Si sente anche il cuore che batte.
E' gioia. E' rabbia. E' vita.
La squadra funziona bene come non mai.
Vedi l'ovale che viaggia ai lati, e ritorna, con la cadenza di un metronomo.
E funziona tutto come deve funzionare.
Vedo da lontano Ennio, che calcia con furore un pallone contro la rete. Che c'è? Chissà se le bimbe di Trieste sono state bene?
Passano le ore, diluite all'infinito per la mancanza di arbitri.
Mi sorprendo a pensare che non siamo più la squadra simpatica. Prima venivano tutte lì, a ridere, a scherzare. Grandi pacche sulle spalle, come per dire: "Non te la prendere, è un mondo difficile!".
Ora ci tifano anche contro.
Normale. Non rimpiango i tempi della squadra simpatica. E non sono contenta: non mi basta mai.. Alla fine, dopo la finale, stringo le mandibole per non piangere, per il nervoso, di quella meta che ha fatto la differenza. E ancora una volta, la vittoria ci scivola davanti. Sempre più vicina, ma non ancora raggiunta.