Con le chiacchiere ci faccio il brodo

Mi chiamo Lara. Qui si può trovare un po' di musica, rugby, i miei amici. E le ricette.

17 dicembre, 2009

NON E' UNO STINCO DI SANTO
Il mio macellaio si chiama Geronzio.
(e già il post potrebbe finire qui, ma andiamo avanti)
A Spezzano, per la verità, i miei macellai sono due, ma l'altro è solo un macellaio equino, e lo vedo più come una necessità. Quando i valori di ferro nel sangue scendono sotto i livelli di guardia.
Quindi non ci vado con la stessa spensieratezza gaudente che ho quando varco la soglia di quell'altro paradiso del colesterolo!
Sì, perché la bottega di Geronzio non è di quelle bianche e metalliche, con l'odore di sangue nell'aria, e qualcosa di truce nei coltellacci.
La bottega di Geronzio è uno dei tre posti più belli del mondo.
E gli altri due sono casa mia ed il campo di rugby...
La bottega di Geronzio ha gli scaffali che tracimano di olio al tartufo, ragù di cervo e cinghiale, grissini avvolti nel lardo, caciotte e trecce di rafia con agli e peperoncini.
Entro e saluto la mamma di Geronzio, seduta composta alla cassa, col suo grembiule da rezdora, immacolato, e la messa in piega candida fatta di sbuffi di paradiso. Pigia i tasti del registratore con l'indice e basta, dopo che ha fatto i conti a mano. Ripone i cartocci odorosi lei personalmente nelle sportine, dispensando benedizioni e consigli per la cottura dei cibi.
Geronzio vola con le mani sui filetti e sulle cordate di salsiccia, e usa i coltelli come neppure i maestri giapponesi sanno fare! Mi chiama Laura da una vita. Non è che non glielo abbia fatto notare più di una volta: è che non concepisce il mio nome. Così lo lascio fare, rassegnata.
Stasera si fa perdonare una breve attesa (sta scegliendo le fiorentine con l'osso da dare al cliente mio predecessore, e immagino sia una cosa molto impegnativa) tagliandomi una sberla di formaggio pecorino spessa due dita, come tappa-fame.. Tanto formaggio così penso che corrisponda ad una mia dose di una settimana, ma sto zitta e mangio. E' saporito, ma non invadente, e lui indovina approvando: "No, no, io quelli troppo piccanti non li tengo neanche!..".
Tocca a me: stasera voglio fare lo stinco di maiale al forno. Si infervora tutto: "Brava, brava, Laura, mica come quella roba precotta.. Questi qui sono tagliati proprio vicino al prosciutto! Va' che roba...". E mi allunga uno stinco, come anteprima. Mi chiede: "Te li taglio per il lungo o in orizzontale?".
E la mamma di Geronzio tuona dalla cassa: "Per l'amor di dio! Quelli lì vanno tagliati per il lungo!". E non ci provo neanche, a contraddire la mamma, anzi.. Mi studia ancora: "E come li fai?". Con le patate, aglio e rosmarino, allungando la cottura con un mezzo bicchiere di vino bianco. Si tranquillizza, che gli stinchi finiscono in buone mani.
Li faccio spolverare dalla cunza di Geronzio, il suo preparato speciale con sale, rosmarino, aglio e ingredienti segreti di cui non azzardo neanche a domandare notizia. Faccio mettere nella sportina anche due etti di quel pecorino meraviglioso (anche se credo di averne mangiati molti di più con l'assaggio di prima...), e saluto mamma e macellaio, riprendendo la strada per la montagna ormai innevata.

27 novembre, 2009



"Morso di dentro e infuocato di fuori dalla stretta fissa ed inesorabile di un'idea incurabile".

Qualcuno si toglie il pensiero, e decide che il Capitano è quello con più presenze in una squadra.
Per altri, è il risultato di una scelta consapevole della squadra. O dell'allenatore. O della società.
Per me, è sempre stato così.

Capitana da quando sono giocatrice. Non è una fascia. Non è la "C" a fianco del tuo nome nella lista dell'arbitro. E' lo sguardo addosso di chi chiede aiuto. E' la mancanza di tempo utile per prendere una decisione. E' istinto. E' volontà. E' una sensazione che va oltre il gioco.

E poi c'è il silenzio.
Il silenzio carico dei luoghi dove si fa sport.
Che quando lo sport c'è, c'è anche il battito della competizione, la velocità, lo strepito della rabbia, l'esplosione della gioia e della delusione.
Quando non c'è nessuno, invece, si sente il silenzio dello sport.
I pali verso il cielo, che infilzano la nebbia.
L'erba gelata che crocchia sotto i tacchetti.
L'eco di battaglie già disputate.
Le docce vuote e le panchine sgombre.
Solo quando non c'è nessuno, smetto di essere Capitana.
E' per quello che lascio sempre andare via tutte, alla fine dell'allenamento.
E' per quello che amo il tonfo sordo prima della parabola dell'ovale tra i pali.
E' per quello che aspetto, sotto il getto dell'acqua, ben oltre il tempo che mi sarebbe necessario per togliere il fango dalla pelle.
Pesa come un macigno, quella fascia, alcune volte.
E il silenzio dello sport, stavolta non consola.

29 ottobre, 2009


TAGLIA LA TORTA IN MODO CHE OGNUNO PENSI

DI AVER AVUTO LA FETTA PIU' GROSSA!

Prendi la terrina di vetro. Quella grande, che i mostriciattoli hanno una fame da lupacchiotti, alla mattina presto.. Va riempita metà con la farina, e in più va un altro terzo di zucchero. Due uova. Un etto di burro fuso. Una dose di lievito vanigliato. Tutto in mezzo alla farina e allo zucchero, mentre con un braccio cingi amorevolmente la terrina, e con l'altra mano lavori, a spirale, con la forchetta l'impasto, per inglobare la farina alla roba molle. E quando l'impasto diventa troppo solido per essere lavorato con la forchetta, si aggiunge latte.
Alla fine hai una crema, gialla. Invitantissima. Sbucci due mele, levi i torsoli, e spacchi in quattro spicchi il frutto. Poi tagli ancora la mela a fettine sottili, e mescoli con la crema. Poi versi tutto nella teglia della torta, imburrata, e inforni a 180 gradi. La terrina di vetro diventa la preda del dito indice di Ennio. E in casa, dopo circa venti minuti, si sente quel buon odore di torta di mele che rimane per tutta la giornata.
La torta di mele si fa il sabato sera.
Si prepara già un bottiglione gigante di té superzuccherato. Almeno 15 bicchieri di plastica, perché si spera che vengano tutti. Il coltello per tagliare la torta. Questa, appena raffreddata, va dentro la pellicola, e dentro la borsa.
E' la colazione dei mostriciattoli: perché quei somari non mangiano, la mattina.
E' ancora buio, alla domenica presto, quando andiamo a prendere uno ad uno i nostri "piccolotti". Uno ad uno escono dalle loro case calde, e tengono una mano in tasca ed una per il borsone. Hanno tanto sonno, poveri.. Quelli che sono rimasti a letto, finiscono di mettersi le scarpe già saliti sul furgoncino. E pian piano il furgone si riempie, e diventa sempre più rumoroso. Ti vogliono fare ascoltare l'ultima canzone che hanno imparato a memoria "Secsibbbicc'!!!".. Ussignùr.. Proprio quello che ci vuole! Un po' di house alla mattina presto, per mettersi di buon umore nei confronti del mondo.
E la prima tappa è sulle tribune del nostro campo.
Ancora la rugiada sull'erba.
E tiro fuori la torta.
Sono già grandi.
Vogliono fare i bulli.
Ma appena vedono la torta fanno gli occhi grandi, e sgomitano per avere la seconda fetta.
Io spero che quella torta li faccia volare, oggi, col pallone in mano.
E se anche non volano, beh, almeno avranno fatto colazione! E' già qualcosa..

25 settembre, 2009

MY BODY, THE HAND GRENADE

Pompa, pompa!!!
Ehy, voialtri su al piano di sopra, lo vogliamo dare un po' d'ossigeno a questa vecchia carretta?
Che poi, io mi domando: a che serve che mandi tutte quelle piastrine bianche, a riparare la pelle, se poi non faccio in tempo a tenere dietro a tutti questi sbraghi?! Un graffio di qui, un graffio di là.. Bella roba: ci vuole un capitale solo per evitare che si infettino.
Che poi, fosse brava, lei.. Non è che si tiene dietro, e mi aiuta un po' col disinfettante! Macché. Arriva poi Ennio, due o tre giorni dopo, con l'acqua ossigenata. Che ormai il danno è bello e fatto. Provaci te, a far cicatrizzare, tutto contemporaneamente..
E mi arriva fuori anche con degli extra: tipo le bruciature del forno, che non vanno via neanche a spalmarci gli unguenti speciali della mamma dell'Olga.
Che succede là?
Pochi liquidi?
E ti credo!
Quella cretina non beve acqua.. Quando le altre se ne vanno a bere, lei prova i calci.
E io cosa uso, adesso?
Le spremo il cervello?
Bella forza.. Di lì non si cava niente di buono.
Anzi, fammi guardare...
Macché. L'ha proprio staccato, il cervello.
Basta che si metta a saltellare su quel campo verde e non capisce più niente.
E senti che friccicore, con tutta quell'adrenalina in circolo!!
Ma dico: se si desse una buona calmata?..
Mi avevano detto, all'inizio "Vai tranquillo! Ti è capitata una ragazza.. Bella fortuna. Quelle si tengono con cura, e al massimo patirai un po' per le diete dimagranti. Ma in generale è una pacchia!".
E invece, questa qui sembra una pazza: beve birra come un lavandino, dorme poco, e GIOCA A RUGBY! Cioè, vi rendete conto? Una ragazza che gioca a rugby.
La prossima volta voglio il corpo di un uomo che gioca a calcio. Almeno so cosa mi aspetta..
E per fortuna che ha smesso di fumare, 'sta disgraziata!

OMMMIODDIO!
E adesso cosa succede?
Cos'è tutto 'sto casino??
Allarme rosso al piano di sotto..
Ma che cosa è successo?!
QUALCUNO VUOLE DIRMI CHE DIAVOLO STA SUCCEDENDO??
...

No.
No.
Una frattura..
Dai, chiudete il canale lacrimale. Dobbiamo usare i liquidi per ben altre cose.
Ora sì che ci sarà da lavorare.
Mettetevi tutti ai vostri posti, che ci sarà bisogno di fare gli straordinari, stavolta.

Ehy, ci sei?
Lara, mi senti?
Dai, smetti di piangere, che non succede niente.
Adesso bisogna che mi fai un favore: bevi tanto latte, e mangia formaggi.
Al resto ci penso io.
Però smetti di piangere adesso..
Che non sei mica più una bambina..

11 settembre, 2009


INTELLIGENT APPEAL

Un richiamino, per quelli che cominciano a leggere il blog solo ora.
Mi chiamo Lara.

Bevo cose orribili, che fanno storcere il naso a tutti i ristoratori: il Campanone Reggiano, il Radler, il Pimm's.
Salto la colazione, e il mattino dopo, magari, mi faccio anche le uova con la pancetta.
Sono affezionata alla stessa marca di lievito di birra da più di vent'anni.
Metto le patate in frigo. Orribile.
Uso la Saba dentro l'insalata.
Il barattolo che mi dura più tempo è sempre quello delle acciughe.
Prendo le confezioni giganti di yoghurt, salvo poi arrabbiarmi moltissimo quando lo trovo un po' addensato sui bordi e vicino al coperchio.
Non rimarrà mai un mezzo limone, in giro per la cucina. Coperto con un foglio di domopack, o infilzato di chiodi di garofano: non ricordo neanche più a cosa dovrebbe servire, questo ultimo espediente: forse a tenere lontano le mosche?
In compenso, ho sempre almeno un dito di caffè avanzato dentro la moka.
Non ci sono mai abbastanza cucchiai.
Apparecchio con largo anticipo. Lascio apparecchiato il più possibile. Tengo sempre la tovaglia sul tavolo, anche quando non si mangia.
Non so perché.
E' una paura lontana, che va anche al di là della fame.
E' la paura di essere soli.

Siamo ancora sul campo, dopo questa estate-non estate.
Faccio finta di niente: lego il ginocchio così stretto da non far neppure circolare il sangue.
Ci prendiamo le misure.
Nuove facce, e vecchie facce che cerchi e non sono più lì.
L'ovale è sempre quello, però.
E sempre starò lì, fino all'ultimo minuto.
Quando spengono le luci del campo. E tutti sono già lavati, già riposati, già con la birra in mano, sulle sedie fuori dagli spogliatoi. Bella, l'aria dopo l'allenamento. Fa ancora caldo, di sera.
Esco coi capelli attorcigliati, che girano sulle spalle come riccioli di vite, ancora bagnati.

E non sono sola.


Uh, e Gianca ha vinto il P.I.M.I. 2009: bravo fratellone!...

27 agosto, 2009


TIMBALLO DI COUS COUS CON LE VERDURE
"Oggi ho voglia di cucinare à la nouvelle cuisine". Che detto così suona un po' come: "Fàmolo strano...".
La clientela affezionata del ristorante (uno, ma grosso), non pare eccessivamente sconvolta dalla notizia. Anzi, accenna un gesto di favore: una grattata di pancia col telecomando.
Ore 12.12.
Io comincio con la cottura del cous cous. E fin qui, tutto bene. Poi il cous cous va saltato in padella con un soffrittino di cipolla, 5 minuti soli. Poi coperto con un brodino vegetale, e lasciato riposare (che significa: lasciare che il cous cous si beva tutto il brodino. Non troppo brodo, mi raccomando, che dopo il timballo si sfracella al primo tentativo di sformata).
In un'altra padella vanno arrostite quattro fette di prosciutto ridotte a strisce. Devono diventare belle croccanti: fate conto di avere a disposizione dei Rodeo della San Carlo, però fatti con il prosciutto invece che col mais.. (come mai così tanto prosciutto? Perché metà finisce nella pancia della cuoca prima della fine della ricetta)
Mattete a parte le strisce, che facciano compagnia al cous cous, e tenete buona la padella con cui avete arrostito il prosciutto. Dovreste avere a disposizione un bell'olio arricchito con il grasso disciolto del salume. Tagliate a cubetti due carote, due pomodori e un peperone giallo.
Prima rosolate le carote nella padella del prosciutto, e dopo 5 minuti unite anche pomodori e peperone. Un po' di basilico e pepe. Lasciate evaporare il liquido dei pomodori e del peperone, e a cottura ultimata fate raffreddare un poco. Metà delle verdure si mescolano al cous cous. Poi prendete delle formine piccole, tipo quelle dei muffins, e ci mettete dentro il cous cous arricchito con le verdure, ed un poco di formaggio grana grattugiato, pressando ben bene. Mettete le formine in frigo per un'oretta.
Ore 13.50.
Scelgo i piatti quadrati, che fanno tanto nouvelle cuisine. Ribalto la formina con fare sapiente, ad un lato del piatto quadrato. Rovescio sopra lo sformato il resto del sughetto di verdure, e infilzo il prosciutto sulla cima del cous cous come tante bandierine.
L'effetto scenico è veramente notevole, devo dire.
Ennio posiziona lo sformato sulla forchetta e... glop! Ne fa un unico boccone. "Buono!".
Ore 13.55.
Guardo la pila delle padelle sul bordo del lavandino, e noto che mi è passata la voglia di cucinare à la nouvelle cuisine.

11 agosto, 2009


POLPETTE

Polpette.. polpette.. polpette!

Quant'è bello anche solo da dire. Una montagna di polpette. Una caterva di polpette. Una marea di polpette. Le metto lì in fila sopra la teglia, come tanti soldatini. O le affondo nel sugo di pomodoro. Uguale: l'importante e che siano tante.

La ciccia è quella della mucca (deceduta per cause naturali, mi assicurano) della zia di Ennio. Non so come sia, ma è come avere a che fare con il macinato infinito.. Ragù, polpette, ripieni. Oh, 'sto macinato non finisce mai!

Ne ho preso una bella tegliata, stavolta. Due uova. Pane grattugiato (e anche qualche tigella, grattugiata, se sono avanzate) e formaggio a profusione. Un po' di sale e basilico, erba cipollina e prezzemolo. Poi comincia la pacchia.. Tutta questa polpa smanacciata per bene, dentro alla terrina. Non è il fatto di mescolare, di per sé. E' il gesto di sporcarsi le mani ben bene: ci sono arrivata col tempo.. E il fatto di fare tante palline. Come i giochi che si fanno sulla spiaggia..

I miei amici lo sanno bene: appena arrivo sul bagnasciuga, regredisco ad uno stadio infantile, e comincio a paciugare con acqua e sabbia. Lunghe ore di straniamento, per poi arrivare al risultato finale, che non è mai un castello: la forma da spiaggia più gettonata è il "culo da spiaggia". Modello due chiappe monumentali, come se ci fosse un corpo semi-seppellito a pancia in giù. Solo le terga, parte delle gambe e la schiena. E tutto il resto sprofonda nel terreno.

Il resto dello spettacolo è sedersi in parte, e guardare le reazioni di quelli che passano. Ci sono quelli che si accorgono all'ultimo momento, e fanno dei salti pazzeschi, per la paura di calpestare un cadavere. O quelli, più sportivi, che mimano il gesto di accoppiarsi con la mia creatura..

Ultimamente, per adattare le opere alla visione dei più piccini, ho adottato la formula "sirena da spiaggia": si modella la parte di sotto con la sabbia e, nascondendo le gambe nel buco ottenuto per creare l'opera, si ottengono notevoli effetti scenici.



Prossimamente è in programma il "polipo da spiaggia".

E sempre prossimamente, a forza di polpette riuscirò anche a finire il macinato della zia di Ennio..