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Spezzano, Modena, Italy
Inguaribilmente energetica, e contagiosa.

03 marzo, 2008

SALSICCIA ALL'UBRIACA


Non ci si può mettere a cucinare con la fretta addosso: tutto quello che ne verrà fuori avrà un sapore di pressappoco. Bisogna cucinare con pazienza, e aspettare che evapori un'intera bottiglia di Bardolino per mezzo chilo di salsiccia. Le salsicce non devono essere troppo grasse, e macinate abbastanza finemente. Le si deve incidere per il lungo: dentro ci va messo uno spicchio di aglio, avvolto in una foglia di salvia. Legate la salsicce con il fagottino dentro, ci si può dedicare al sughetto: il vino va fatto bollire, molto lentamente, con un paio di foglie di alloro (che però vanno fatte sparire quasi subito), olive nere e capperi. Le salsicce sono da mettere dentro la casseruola già ad ebollizione in corso, avendo cura che subito siano coperte completamente dal vino. Non salare: ci pensano le olive e i capperi, a rilasciare sapidità. Poi il vino si rapprenderà, il sughetto diventerà sempre più denso, e occhio a non far attaccare tutto: ci vuole una cura pazzesca per tenere dietro a questo piatto. Ci vuole pazienza e non ci si può distrarre, andare in giro per la casa, parlare al telefono.
Ci vuole pazienza.
Per un piatto che richiede circa due ore di preparazione e 10 minuti per mangiarlo. Con scarpetta. E il Gigante che ancora a bocca piena mi chiede: "Ce n'è ancora?". Come si fa a spiegare il valore del tempo, e la dedizione?
Mi ricorda tanto "Dolce come il cioccolato", un libro di Laura Esquivel (tutto questo blog, peraltro, somiglia a quel libro: il sottotitolo recita così "Romanzo a puntate mensili con ricette, amori e rimedi casalinghi"): la protagonista della storia, Tita, aveva in serbo una ricetta sorprendente. Le quaglie ai petali di rose. Preparate con delle rose regalate da Pedro, e bagnate con una goccia del suo sangue appassionato uscita casualmente per una puntura delle spine, hanno il potere di scatenare in tutti i commensali una frenesia d'amore tale da far surriscaldare la pelle.
Due carampane acide, che non hanno capito nulla di quello che stavano mangiando, domandano a Tita la ricetta. Lei spiega la preparazione, ma aggiunge, alla fine, che non serve a nulla cucinare, se non lo si fa con amore. E le due carampane ringraziano, sorridono e la guardano mentre si allontana lasciando dietro una scia di felicità. Poi si voltano a bisbigliare, cattive: "Come no?! E io il mio amore lo spreco proprio per queste cose qui..".
Non bisognerebbe mai perdere la gioia di riempire una valigia di dischi prima di una serata.
Mai dimenticarsi di dare un bacio prima di addormentarsi, e far scivolare un "Buonanotte" nel buio.
Attaccare alla parete quella fotografia scattata già da mesi, per cui era già stata comprata la cornice.
Girare la macchina fuori dal percorso consueto, e ritagliare 10 minuti per la nonna.
C'è una frase, prima del libro, dove di solito si mettono le dediche: "A tavola e nell'alcova si invita una volta sola".

25 febbraio, 2008

RIXOTO COL TASTASAL


A Verona si mangia il risotto col tastasàl.
“Cos’è?”, chiediamo all’iperattiva cameriera, che continuando a prestarci orecchio, prepara la tavola, restituisce ai nostri vicini di tavolo un pupo che si era intrufolato gattoni sotto una sedia, allunga il carrello dei dolci ad un altro cameriere sfarfallante che lo prende quasi al volo, schema consolidato e provato più volte, a giudicare dal risultato.
Il tastasàl è un impasto di carne macinata, e insaporita con sale e pepe nero grosso frantumato (quello che si mette dentro al salame, per intenderci). Lo si usa per il ragù, soffritto a parte con cipolla, burro e uno spicchio d’aglio schiacciato (che bisogna trovare, alla fine, e fare sparire dal piatto prima di servire). Il riso cotto nel brodo e aggiunto al ragù di tastasàl. Il risultato è un piatto molto ricco, che non si sa se ci sia più carne o più riso: e, in ogni caso, sono in quantità abbondante entrambi.
Il Gigante mi guarda sorridendo da sopra il suo piatto fumante, già pregustando anche la carne salada che gli sarebbe arrivata di lì a poco. Il litro di lambrusco che abbiamo davanti è solo la chiosa di una giornata spiritosa (proprio nel senso di “spirito”) iniziata dal primo pomeriggio.
Com’è riconoscersi?
Vedo la mia piccola pupa che mi riconosce e mi sorride per la prima volta, sotto quell’arcata prodigiosa di riccioli che si ritrova in testa.
Sento l’odore del Gigante nell’incavo tra il collo e la spalla, la prima volta che l’ho abbracciato, con la consapevolezza che quell’odore avrei voluto sentirlo ogni mattino ed ogni sera della mia vita.
E’ la sensazione di calore entrata nel rifugio a Febbio, ondate di neve in vapore acqueo, emanazioni di pelle riscaldata, e speck insieme a formaggio, uguale identico all’aria che accoglieva chi entrava in casa dalla zia Giovanna a Montebaranzone, con le dovute differenze di altitudine.
E’ quel marcantonio che si sbraccia in un parcheggio a Verona, per venirci a pescare in mezzo al traffico, appena giunti in città.
Ci siamo trovati per vedere una partita di rugby. “Ma come?! Non giocava a Cardiff, l’Italia?”, e vai a spiegare alla gente il motivo per cui da Modena ci si prende la briga di macinare autostrada per vedere una partita in televisione che avresti potuto tranquillamente vedere sul tuo divano.
“Ma sono tuoi amici, quelli di Verona?”: altro aspetto controverso.
Per la verità, solo uno è di Verona: gli altri sono stati chiamati all’adunata dai posti più disparati. Alcuni di essi non li ho mai visti, altri una volta, di sfuggita, altri due volte. Ma ci mandiamo messaggi sul telefono in piena notte. Si sono inteneriti davanti alla foto di mia nipote. Ci parliamo tutti i giorni. Come dire: ci siamo riconosciuti.
Ma di preciso, cosa si fa in quel pub che ha aperto quasi apposta per voi, lì a Verona?
Si sta bene, tutto qui.
L’Italia prende una seria lezione di umiltà dai dragoni.
Il gallese che prova ad entrare in bagno dopo la partita, si eclissa alla velocità della luce, appena si vede circondato da due italiane alte come le torri gemelle, che pare abbiano intenzioni bellicose nei suoi confronti.
E le birre intanto girano sul bancone, anche quelle sgasate, a pompa (il barista ha pudore, a chiamare le cose con il loro nome: i forumisti un po’ meno..), che se ne possono bere di più.
Della partita tra Irlanda e Francia, ricordo poco o niente: ricordo che eravamo lì, invece, molto impegnati a cercare di fare la posizione yoga dell’albero. Torniamo verso il parcheggio per salutarci, con un ultimo giro di brindisi, cantando le canzoni dei Pogues sotto le mura di fortificazione della città.
“Possibile mai? Vai a Verona e non vai a vedere l’Arena?”.
Bah, la mia guida non mi ci ha portato.
E se la mia guida non mi ci ha portato, aveva sicuramente i suoi buoni motivi.

20 febbraio, 2008

CAAAAAAAVOLO!



 
Tsk tsk... giornate a metà!
Ho la metà delle mani a disposizione. Un altro dito ha pensato bene di aggiungersi alla collezione delle dita/figurine, o meglio: gli adesivi vanno sopra le dita. Ormai sono più quelli coperti che quelli liberi.
Anche fare da mangiare risulta molto più difficile.
Il cavolfiore è tagliato male, grossolano.
Da parte vanno le foglie più tenere. Le altre, nell'immondizia.
Le parti salvate del cavolfiore vanno dentro la pentola a lessare con acqua salata. L'acqua di cottura va tenuta per due ottimi motivi: in parte serve dopo. Il resto, dice la nonna che fa tanto bene alla pelle. Sarà, ma dopo il primo sorso passa ogni velleità salutista.
In un tegamino a parte ci va un po' d'olio, ci si scoglie dentro un po' di margarina (burro MAI!) e va fatta la besciamella, unendo farina e mescolando bene per evitare i maledetti grumi. Qui va aggiunta l'acqua di cottura del cavolfiore, sempre mescolando e facendo bollire. Un po' di pepe dentro la besciamella, poi mettere dentro il resto del cavolfiore e della ricotta.
Il pastone (poco bello da vedere, lo ammetto: ma poi è tanto buono che chi se ne frega dell'estetica!) va poi messo in una teglia unta e spolverato di pangrattato e parmigiano reggiano. E infine dentro il forno a 200 gradi, a gratinare ben bene.
La ricetta è saltata fuori al tavolo dell'eXalumeria, alla quarta birra, con due ascoltatori allucinati dal discorso fiume che stava fluendo.
Ogni tanto mi càpita.
Non avere la misura giusta delle parole.
Parlare così tanto da stordire.
I discorsi sulla vita, l'universo e tutto quanto.
Quando a volte basterebbe così poco.
Per reazione, il giorno dopo, uso una replica secca e acida, molto lontana dalle carezzevoli parole di conforto che solitamente mi sgorgano così facili, e in abbondanza.
Se fossi a disposizione a chiamata, sarei una puttana.
Che sta succedendo?
Non avrei voluto vedere anche questo.
I pugni in campo, le parole dietro la schiena, le lacrime.
Funziono a metà regime.
Una mano sola.