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Inguaribilmente energetica, e contagiosa.

14 luglio, 2008

KLAATU BARADA NIKT... coff coff coff!


Mi sveglio ancora di notte, pensando di aver sentito quel campanello.
E' il "DLIN!" che faceva la Giuliana dalla cucina, quando aveva finito di preparare un piatto e io lo dovevo servire in uno dei tavoli del Giardino dei Tigli, a San Venanzio.
Il movimento automatico di partire a comando verso la cucina, al suono del campanello, mi si è insidiato in maniera talmente profonda nel cervello, che sobbalzo anche oggi, quando il campanello risuona dall'interno del locale.
Ero giovane, molto giovane.
Ero l'unica cameriera del locale che poteva usufruire di una deroga al rigido codice di abbigliamento: niente camicia bianca/pantalone nero, per me. Anche perché la camicia bianca sarebbe stata un aperto invito alla patacca: purtroppo, la buona manualità nel servire ai tavoli non era certo il mio forte.. mi salvavo con la presenza di spirito e la conversazione. L'unico segno distintivo che mi individuava come "cameriera" era un vezzoso grembiulino coi bordi di uncinetto. Con tasca anteriore per infilare cavatappi e tappi cavati.
Il Giardino dei Tigli si trova in un'ampia curva della strada che porta all'Abetone. Alla domenica a mezzogiorno ci passano più moto che macchine. Ed è bello vedere come i vari motai affrontano l'ampia voluta d'asfalto: con sicurezza, con la perfezione della curva che deriva da un occhio esperto, o con tanti ritocchi alla traiettoria, piccole aggiustature che non sfuggono ai puristi della guida su due ruote.
Pare che un filo invisibile leghi il rugby e la moto: una volta passione per pochi devoti. Ora, invece, mira di molti nuovi adepti dell'ultima ora, non sempre ben visti ed accettati dai vecchi lupi dell'asfalto/del campo da gioco.
Una piccola piega di disprezzo nella bocca, alla vista di un particolare magari insignificante: per i motai è il calzino corto, che lascia scoperta la caviglia, o peggio, la manica corta! Perché il pensiero va subito al calabrone che si schianta sulla pelle nuda, che acquisisce la consistenza di un proiettile, mano a mano che aumentano i chilometri orari. O il pensiero inevitabile di una sfregatina accidentale della pelle sull'asfalto.
Per i rebbisti è il contrario: l'eccesso di protezione. Quelle imbottiture che fanno tanto spalline dei cantanti negli anni '80. Come se il fatto di non sentire lo schianto delle carni sulle carni, e le carni sulle ossa, mettesse a repentaglio una buona percentuale di godimento o sensibilità di gioco. Io so solo che alla fine di certe partite ho le spalle a pois per gli ematomi, per le punte apparentemente innocue di queste protezioni. In pratica: l'effetto della protezione è uguale a quello dell'urto puro e semplice. Solo un po' più artificiale: dunque, come giustamente intuito dai vecchi rebbisti, perché mettersele?
Arrivati al Giardino dei Tigli, vedo subito il tavolo dove il cameriere ci sistemerà a sedere: ce ne sono diversi, di tavoli liberi. Ma ho ancora lo sguardo clinico del cameriere: quello che sorvola la distesa di teste masticanti, ed individua quello più comodo per lui, facile da raggiungere, da sparecchiare, da tenere sotto controllo.
Diamo un piccolo aiuto incoraggiante al cameriere: tirando il coprimacchia, in modo che non faccia le pieghe appena disteso sulla tavola. Sollevando il numero del tavolo (il n. 84! Ommamma, che domenica difficile...), per facilitare le operazioni di insediamento. Sorridendo, e mostrando di non avere per niente fretta: cosa che è anche vera, tra l'altro.
Sono piccoli gesti, ma ben apprezzati da chi li riceve.
Mica come quei cafoni che arrivano dopo di noi, che non hanno prenotato, e pretendono di spadroneggiare mentre intorno infuria la battaglia delle 13.30, quando tutti hanno ordinato e tutti intendono mangiare il prima possibile.
Ennio sbuffa infastidito: "Non capisco che soddisfazione ci sia a trattare male i camerieri!".
Gli sorrido, colma di gratitudine per la categoria.
E lo ripago con una mangiata clamorosa, il florilegio di un menù che conosco alla perfezione, come la tasca del mio grembiule colmo di tappi di sughero.
Grana con aceto balsamico.
Tortellini al tartufo.
Mezzelune saporite con carciofi, ricotta e pecorino.
Gnocco fritto e salumi.
Arrosticini.
E il Prà di Bosso.
Ricordo nitido di me al tavolo, con taccuino e penna in mano, pronta a ricevere l'ordinazione.
La coppia ordina il Prà di Bosso.
Io sorrido di sottecchi.
Perché la maggior parte delle coppie che ordina il Prà di Bosso non lo finisce mai.
Soprattutto se lei si affretta a richiedere, dopo la bottiglia di vino, una bottiglia di acqua frizzante.
Io aspetto.
Controllo di livello della bottiglia di Prà di Bosso, durante il pasto della coppia.
Servo i caffè, e la bottiglia, dopo che hanno pagato il conto, diventa di mia proprietà.
Tutti in cucina lo sanno.
"Le bottiglie di Prà di Bosso sono della Lara".
Alla fine della serata, quando i piedi hanno la temperatura e la consistenza delle salsicce alla griglia, per i chilometri percorsi tra i tavoli, mi siedo al tavolo, vicino alla porta della cucina: tutti i residui delle bottiglie di Prà di Bosso sono diventate la caraffa del MIO pasto serale, il premio meritato del guerriero che sopravvive alla battaglia.
E stavolta, però, in questa bella domenica di luglio, sulle colline modenesi, la bottiglia è intera, e mi dispiace per la cameriera di turno: ma dalla tavola mia e di Ennio non tornerà indietro un residuo di lambrusco. Sarà per un altro tavolo..

11 commenti:

Anonimo ha detto...

eh menomale che anche ai miei tempi le coppie non lo finivano mai...non avrei continuato per ben 7 anni a far la cameriera nei weekend e a servire dei cafoni...un baciotto lara. :)
laurilè

Billie MacGowan ha detto...

anch'io ho camerierato. però in un pub, è tutt'altra storia. anche se i cafoni rimangono. e invece del prà di bosso, di mio c'era la Kilkenny Strong (incredibile quante se ne sbagliassero).

Orso ha detto...

chissà perchè a me invece erano riservati gli avanzi di pentole e padelle, principalmente la carne... in fondo era, ed è, un modo per onorare il defunto (animale), facendo sì che nulla vada gettato... a parte la linea (la mia, naturlich...) ;-)

djlara ha detto...

Ma guarda guarda quanti ex-camerieri che sbucano come funghi..

:)

Può darsi che al "Giardino dei Tigli" saranno dedicate altre puntate: mi è rimasto un grosso nodo da risolvere, riassumibile approssimativamente come "Gli italiani e il loro rapporto conflittuale con la mancia"... Vedremo...

Ubo ha detto...

Eccolo, un altro ex cameriere!!!
potevo deludervi?
Ed in omaggio, un raccontino sull' argomento:
http://parma.repubblica.it/dettaglio/No-mancia-siamo-parmigiani-Confessioni-di-una-cameriera/1471793?edizione=EdRegionale

Billie MacGowan ha detto...

l'unica mancia che ho mai ricevuto fu quando venne mia sorella a trovarmi :P

robbby ha detto...

cameriera 3 anni, aiuto cuoco 1 anno, mancie ogni tanto, una volta 50.000 lire (poi si scoprì che era un trafficante d'armi, lo arrestarono all'uscita dal locale :D), una volta un cliente mi regalò una bottiglia di pregiatissimo vino, talmente buono che lo bevvi appena finito di lavorare e non ricordo neanche il nome...:D

Paco ha detto...

Io mai :(
però una volta quando facevamo le maschere durant un rinfresco eravamo riusciti a portarci via due megaconfezioni di succhini milko al cioccolato, che come ben si sa è un po' l'equivalente del Prà di Bosso per gli astemi

Anonimo ha detto...

lo stesso praà di bosso che 2 cameriere giovani e appena patentate ti portarono, insieme alle tigelle della giuli, durante la laratona???

ele

djlara ha detto...

COLPO DI SCENA INATTESO!!!

Eh eh eh..
Magari, della Laratona, glielo raccontiamo un'altra volta.. Lì sì che c'era da mangiare.

:)
Baci baci..

Anonimo ha detto...

la laratona fu l'evento dell'anno...a cui tutti volevano partecipare!!!
Sei sempre fortissima!!!
bes
ele